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Capitalismo: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite

October 09

Orde di italiani infestano l'Italia, mandiamoli via!

L’Italia è un paese pericoloso. Ci vuole sicurezza. La sicurezza è la prima cosa (quella era la
 salute, diceva il povero Massimo Troisi). La sicurezza è un tema né di destra né di sinistra
 diceva Walter Veltroni in campagna elettorale. Neanche di colore della pelle, aggiungerei.

Qui se c’è un grave problema di sicurezza è per gli immigrati nelle mani di 58 milioni di
energumeni di italiani brava gente! Questi italiani sono decisamente troppi. Non vi danno
fastidio in strada tutti questi italiani? Che essendo di più, anzi che essendo troppi, si
attrezzano: uomini con spranga contro ragazzino agonizzante in terra. Criminali con
 fucile contro lavoratori disarmati. Poliziotti con manganello contro ragazzino.
Branco contro lavoratore cinese solo alla fermata.

E’ vero, in Italia c’è un grave problema di sicurezza e verrebbe da bofonchiare da
sinistra che il problema è sociale e culturale e non di ordine pubblico, ma sbrigati a
dirlo perché ci sono i consigli per gli acquisti. E comunque gli elettori non capirebbero.
Ah già; che capiscono più quelli?

Facciamo il punto: in Italia la sicurezza è un problema di ordine pubblico e il governo deve
assicurare la sicurezza ai cittadini. Già, ma a quali? Commercianti milanesi, camorristi casertani,
vigili urbani di Parma e sottoproletari romani (per restare agli ultimi giorni) uniti nella lotta sono
passati dalle parole ai fatti. Finalmente abbiamo ritrovato l’unità nazionale della violenza razzista
e dello squadrismo. Razzismo e squadrismo secondo le migliori tradizioni nazionali. Ma almeno
fossero davvero fascisti. Un fascista con quel microcefalo che si ritrova, almeno qualche
scelta l’ha fatta per diventare tale. Come dice Alberto Asor Rosa almeno un progetto di
paese, per quanto disdicevole, lo ha. Qui c’è il nulla assoluto. Può essere razzista uno
che il cervello se l’è consumato guardando “L’Isola dei famosi” sul servizio (nel senso di WC)
pubblico? Un giudice serio li assolverebbe tutti per incapacità di intendere. Di volere no,
perché volere vogliono, avere un nemico da sprangare, odiare, discriminare e poi andare
nei centri commerciali… Se dico che ce l’abbiamo nel DNA sono autorazzista, vero?

E se poi un giornalista del Ghana descrivesse documentatamente l’Italia com’è e la sua
descrizione risultasse esattamente come noi supponiamo sia il Ghana e uno cinese
descrivesse la “civilissima Parma” per quel che è, ovviamente ci offenderemo a morte.
Approposito, ma non vi viene da ridere quando dite e ripetete fino alla noia “civilissima
Parma”, “civilissima Treviso”, “civilissima Verona”, ma civilissima ddeche?

Certo, non bisogna fare d’ogni erba un fascio, c’è commerciante e commerciante,
camorrista e camorrista, poliziotto e poliziotto, lumpen e lumpen. Ma perché allora tutti i
romeni, tutti i rom, tutti i negri, tutti i napoletani, tutti i cinesi sono uguali? Certo, certo, di
razzismo non si può parlare, lo sanno tutti che non tutti i commercianti milanesi sprangano a
morte i ragazzini e alcuni camorristi stanno in giacca e cravatta in parlamento (dove
abbiamo appreso che però soffrono di depressione). E forse ha perfino ragione il PD di
Parma per il quale se sei poliziotti massacrano di botte un ragazzino appena uscito
dall’oratorio non è razzismo ma il pericolo è che “rischia di essere danneggiata
l’immagine della città” (quintuplo sic).

E poi del resto che facciamo? Mandiamo l’esercito a Parma a difendere
i ragazzini dell’oratorio dai vigili urbani?

by www.gennarocarotenuto.it
October 08

Il problemino del capitalismo

DI THOMAS WALKOM
Toronto Star

La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta.

Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una
storia molto vecchia.

Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più recentemente il tycoon
George Soros si è pronunciato su di ciò, e così ha fatto anche l’illustre Economist, una
rivista finanziaria decisamente favorevole al libero mercato.

Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È un sistema economico
che può essere spietatamente produttivo. Ma è anche un sistema di meccanismi
complicati—Marx le chiamava contraddizioni interne—che può sfuggire completamente
al controllo. Cosa che regolarmente avviene.

A seguire: "Lenin aveva predetto la situazione attuale?" da Information Clearing House.

Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di problemi alla pelle, vide queste
contraddizioni come opportunità: immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse
portare a un mondo migliore.

Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute estere durante la sua
colazione mattutina base di tè e toast, li vide come problemi che avrebbero potuto
distruggere un mondo che gli piaceva parecchio. La costruzione dello Stato sociale che
 porta il suo nome fu progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il
capitalismo da se stesso.

Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero crollare
 l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati per dare ai lavoratori un modo
di partecipare allo status quo e vaccinarli contro la politica radicale.

I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di tassazione e spesa, sapendo
che, alla fine, e meglio dare da mangiare ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola.

Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli anni 30,
temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del comunismo.

Per molto tempo ha funzionato.

Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle incoerenze che
sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove forze entrano in gioco.

Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende statunitensi di prosperare
nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest
e il Giappone, da ultime la Cina e l’Unione Europea.

In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzarti imbottiti dalle politiche di
pieno impiego dello Stato sociale, chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che
eccedeva i loro guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni 70, l’inflazione
decollò.

Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche rivoluzionarie rimosse
la pressione dai datori di lavoro. Perché preoccuparsi di creare un grande compromesso
con i propri lavoratori se questi non sono una minaccia?

E così venne la fase della riduzione delle spese—la distruzione dello Stato sociale. In
 Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come Reaganomics. In entrambi i casi
i leader si impegnarono per limitare il potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci
 riuscirono, la Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di volo
sindacalizzati.

Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di fatto, sotto Reagan, le
finanze federali Usa spiraleggiarono verso il deficit.

Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze all’interno della società. I tagli
delle tasse di Reagan erano progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher
si concentrò sullo stritolamento dei salari.

In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa.

Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo industriale. I ricchi diventarono
più ricchi, la classe media rallentò e i poveri divennero più poveri.

La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie finanziarie erette dopo
la debacle degli anni 30. I particolari variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso:
deregolamentare le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e concentrassero le
loro tremende risorse in nuove e più profittevoli aree.

Negli Usa una deregulation finanziaria portò a stralciare le leggi che avevano protetto i
proprietari di piccoli depositi—cosa che portò nei tardi anni 80 al crollo delle cosiddette
 banche “savings and loans” [letteralmente di “risparmi e prestiti”, in pratica
semplici casse di risparmio che fallirono a causa di politiche avventurose soprattutto
nel mercato immobiliare. N.d.t.].

A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del
dopoguerra.

In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che aveva mantenuto
varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le una dalle altre. Sotto il nuovo regime,
assicuratori, società fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono.
Le restrizioni al prestito vennero attenuate.

Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo industriale nel
combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così fecero anche i guadagni tramite
i normali canali di investimento. Gli investitori, alla ricerca di maggiori guadagni,
iniziarono a cercare opzioni più rischiose e più remunerative.

Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari. Molte famiglie si
accontentavano di cose non troppo esotiche come i fondi comuni d’investimento.
Ma per individui e aziende benestanti la nuova frontiera era molto più esotica: derivati,
 fondi speculativi [Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a
replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia. N.d.t.],
collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario garantito da crediti ed emesso da
una società appositamente creata, a cui vengono cedute le attività poste a garanzia.
Si veda Wikipedia. N.d.t.].

Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva finanziaria: mettere
 poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci saremmo dovuti ricordare dall’esperienza
degli anni 30, la leva funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad
 andar male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un intollerabile zavorra.
[Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “Il Grande Crollo”, spiegano che il meccanismo
 della leva finanziaria funziona anche in negativo: i titoli e i beni con una forte leva
scendono e portano al fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a
bassa leva. N.d.t.].

In fin dei conti le società private equity e i sottoscrittori dii mutui sub-prime stavano
facendo praticamente la stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero
potuti permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro acquistato
sarebbe continuato a crescere di valore.

Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E così è stato.
[Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore, l’immigrato italiano negli USA Charles
Ponzi, è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle
vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa.
Vedi Wikipedia. N.d.t.]

Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il presidente della Federal
Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua storia (egli è un’autorità sulla Depressione
degli anni 30). Ma pochi altri se la ricordano.

In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il proverbiale cervo
abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro Stephen Harper insiste a dire che i
 fondamenti economici del paese sono buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente
irrilevante nel contesto di un possibile crollo mondiale.

I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della richiesta di salvare l’intero
sistema capitalista globale. Proprio adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street.
Ma nei loro cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare.

Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema finanziario. Ma dopo che
le persone comuni avranno pazientemente accumulato questi soldi, la loro ricompensa non
sarà altro che un ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a
riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa di più che la
struttura economica della crisi.

Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci hanno fatto smantellare
negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro grande compromesso—non necessariamente
lo stesso che ci diede lo Stato sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile do ut des.
E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio capitalismo; vi lasceremo
avere le grandi case e i grandi salari (anche se forse non tanto grandi quanto erano prima).
Ma in cambio dovrete restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui
abbiamo bisogno per vivere una vita civile. Né vi lasceremo distruggere tutto ciò che ci è
caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo.

E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato. Perché sappiamo, e lo
sapete anche voi, che in momenti di forte pressione, il libero mercato non funziona.
La crisi ce lo ha ricordato.

Thomas Walkom scrive di politica economica. La sua colonna appare
 regolarmente il mercoledì e il sabato.

© Copyright Toronto Star 1996-2008


Titolo originale: "A Little Problem With Capitalism"

Fonte: http://www.thestar.com
Link
29.08.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

VLADIMIR LENIN AVEVA PREDETTO LA SITUAZIONE ATTUALE?

Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916

L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo ha coperto
 il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle grandi potenze se non
strappandosele le une alle altre e la concentrazione di capitale è cresciuta al punto
in cui il capitale finanziario diventa dominante sul capitale industriale.

Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente
 alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi,
sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria
;

3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il
dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato
grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è
già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.
[Dal Capitolo VII].

[L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra
imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su
 mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un
calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali
di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto
il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori
vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati
multinazionali N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che
viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera
qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione
e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa.
Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale
socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della
loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà
di concorrenza completa alla socializzazione completa.

Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi
sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane
 intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma
l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene
resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.

[…]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di
merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta
l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle
manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della
produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere
a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. [Dal Capitolo I]

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un
 numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre
maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo,
che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare
la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui
borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere
che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo:
tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o
minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce
assai più rapidamente di prima sennonché tale incremento non solo diviene in
generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente
nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...]
[Dal Capitolo X]

Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.

Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio,
originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo, della
produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo
con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera
 la tendenza alla stasi e alla putrefazione.

Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di
produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza
 alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal
canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per
determinati periodi di tempo.

Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente
situate, agisce nello stesso senso.

Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido,
che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue,
inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone
che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per
professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici
dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla
produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello
sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano

Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe
lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche
tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine
 del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo,
cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale,
apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni,
sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio
con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a
Marx il 7 ottobre 1858:

"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa
 nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere
un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che
sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile".

Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881 egli parla delle
"peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti
 alla borghesia o per lo meno pagati da essa".

In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:

"Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene:
precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui
alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai
si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale
dell'Inghilterra sul mondo"

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della “Situazione
della classe operaia in Inghilterra” . La situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di
condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità
dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio.
L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema
dominante, i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e
nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo dell'indiviso
monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze
imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio
del XX secolo. In nessun paese l'opportunismo può più restare completamente
vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per
l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi
l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto
l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese.
[Dal Capitolo VIII]

Titolo originale: "Did Vladimir Lenin Predict The Banking Disaster Of 2008? "

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
Link
October 07

La sai quella dell'italiano, dell'americano e del giapponese??

Chi ha vinto il premio Nobel per la Fisica? Due giapponesi e un “americano” si rimpallano i
 TG e i GR. E chi è l’americano? Avanti, dalla foto si capisce benissimo. E Yoichiro Nambu,
 tipico nome e faccia da WASP! Dove vuole arrivare quel rompipalle di Carotenuto? Ma a
che non più tardi di un anno fa, quando Mario Capecchi, che è molto meno italiano di quanto
Yoichiro Nambu è giapponese, vinse il premio Nobel per la medicina, gli stessi TG e GR si
rimpallavano la notizia che un “italiano” avesse vinto il Nobel. Delle due l’una:
o pure Capecchi è “americano”, oppure anche Nambu è giapponese.
( http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Cunitalianounamericanoeungiapponese_B9BA/este_667532_15020.jpg )

E’ evidente che nelle redazioni una considerazione così elementare può solo causare fastidio.

Se Capecchi è “americano” non c’è notizia e se Nambu è giapponese ancora meno. E poi

studiano cose complicatissime che non li vorrebbero mai all’Isola dei famosi.

Giusto per ricordarlo: l’ “italiano” Capecchi nacque come cittadino di serie B nell’Italia delle

leggi razziali. Morto il padre, deportata a Dachau la madre, visse in strada fino agli otto anni

quando attraverso una serie di situazioni straordinarie riuscì prima a ricongiungersi con la

madre e da lì ad andare negli Stati Uniti dove divenne uno straordinario genetista, disciplina

che nell’Italia attuale non sarebbe libero di coltivare.

Giusto per continuare a rompere le scatole. Non ho mai ben capito perché gli italiani fanno

propri gli emigrati solo quando gli conviene. Perché Capecchi sì e Al Capone no? Chissà

come si comportano i giapponesi…

by www.gennarocarotenuto.it


October 06

PER L’AUTOGESTIONE DELLE PROPRIE VITE - PER LA RIVOLUZIONE SOCIALE

Questo è il testo del volantino distribuito dallo spezzone anarchico libertario presente al corteo del 30 settembre per il 31° anniversario dell’uccisione di Walter Rossi

CONTRO OGNI OMOLOGAZIONE - CONTRO OGNI AUTORITARISMO

Partecipare al corteo del 31° anniversario dall’uccisione di Walter
Rossi per noi non è solo la commemorazione di un compagno ucciso
per mano fascista, ma è un momento per analizzare la situazione
attuale cercando di trovare delle risposte efficaci. Se rivolgiamo
lo sguardo verso il passato vogliamo ricordare che in questi luoghi
ci sono stati momenti importanti per la vita del movimento rivoluzionario
romano fin dalla sua nascita. Non dimentichiamo che i primi gruppi
anarchici romani facenti riferimento alla Prima Internazionale si
formarono qui vicino, tra i fornaciari di Valle Aurelia, come non
è da dimenticare che nelle strade del quartiere Trionfale agì uno
dei nuclei principali degli Arditi del Popolo, la prima organizzazione
di reazione alle violenze squadristiche dei Fasci di Combattimento,
supportata dagli anarchici e dalla base dei partiti comunista e socialista.
Un quartiere che anche durante la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 ha
impedito ai fascisti di entrare e che, nel palazzo che sovrasta
Piazzale degli Eroi, ha ospitato negli ultimi anni di vita l’anarchico
Errico Malatesta, “apostolo della libertà” morto nel 1932, come recita
la lapide in loco.
Partendo da questa breve e certo non esaustiva panoramica delle lotte che
hanno animato le strade del Trionfale, la situazione oggi appare completamente
diversa; nonostante ciò non rinunciamo alla nostra prospettiva rivoluzionaria.
Aspiriamo a creare rapporti sociali basati sul mutuo appoggio, tendenti ad
una società egualitaria ed orizzontale, dove stato, esercito, famiglia,
religione, galere, scuola, lavoro, denaro e tutte le istituzioni coercitive
siano distrutte, ovvero in una direzione completamente opposta a quella
verso cui ci si sta muovendo. Viviamo in una società sempre più atomizzata,
in cui si sono rotti quei legami che anni di lotte (ma anche le normali
modalità di vita popolare di quartiere) avevano creato, una società basata
sullo spettacolo e sul controllo, in cui da tempo si è insediata la dittatura
tecnologica, ogni senso di solidarietà è in via di estinzione, la competizione
e la guerra tra poveri sono la regola, il diverso è messo al bando e la
deriva autoritaria appare sempre più generalizzata.
Il tutto nella cornice della tanto sbandierata democrazia, alla quale ormai
si appella anche ampia parte dell’ex arcipelago rivoluzionario. L’odierno
sistema democratico, con le sue innumerevoli gabbie, si regge sulla paura
individuale e collettiva e sul ricatto lavorativo, dispone ad accettare ogni
vessazione pur di difendere il “privilegio” di possedere quelle rate, mutui
e prestiti con cui la società capitalista tiene a galla i suoi ritmi di consumo.
Nel terrore di perdere le briciole di una vita di fatica, è facile convincersi
che i veri nemici siano i barbari che di volta in volta si presentano ai
confini del “fortino Europa”.
E per difendere un fortino, cosa è meglio di un esercito? Ormai non fa più
scandalo vederlo in azione, e qualsiasi opposizione politica e sociale appare
assopita. Ci hanno ormai abituato all’esercito professionista che nel nome
della pace e della patria viene impiegato in interventi “umanitari”, in
realtà coperture per le operazioni armate di controllo geopolitico delle
materie prime e delle vie di rifornimento, vedi Iraq ed Afghanistan.
Il consenso generale, pianificato negli anni e mesi precedenti e costruito
con l’apporto fondamentale dei giornalisti, è sfruttato oggi per propagandare
la necessità dei militari armati anche nelle nostre città, volendo convincerci
che le migliaia di nuovi sicari armati in strada aumentino la nostra “sicurezza”.
Tutta questa propaganda della paura ha creato le condizioni per far
sedimentare e crescere nelle periferie metropolitane di gruppi razzisti
e fascisti che si ergono paladini della storia cristiana europea, gruppi
non necessariamente politici in senso formale, ma più simili a bande di
quartiere. A questa situazione vanno date risposte individuali e
collettive col fine di smascherare la grandi menzogne della destra
cosiddetta sociale, consapevoli di quanto ogni connessione con il
potere e il piagnisteo democratico diano più argomenti a chi sfodera
una retorica identitaria vuota e semplicistica, vendendo per ribellismo
ciò che è in realtà la difesa servile dello stato di cose attuali.
Tornare a rispondere colpo su colpo a qualsiasi attacco, sia in maniera
militante che sotto l’aspetto “culturale”, senza richiami alla tutela
del diritto ma con l’azione diretta dagli indelebili contenuti rivoluzionari
e antistatali, è il minimo per respingere l’avanzata del pensiero totalitario.

CONTRO OGNI FASCISMO

PER L’AUTOGESTIONE DELLE PROPRIE VITE - PER LA RIVOLUZIONE SOCIALE

ANARCHICI
October 03

Parma: presidio sabato 4 ottobre

Le associazioni e le organizzazioni antirazziste di Parma, riunitesi ieri
sera c/o la Casa Cantoniera in un'Assemblea contro il Razzismo e la "carta
di Parma",
invitano tutti gli abitani di Parma al presidio convocato per domani,
sabato 4 ottobre, alle ore 15.30 in Piazza Garibaldi, in solidarietà a
Emmanuel, contro il razzismo e contro la cosìddetta "carta dei sindaci per
la sicurezza" siglata proprio a Parma.

La faccia che questa città ha voluto darsi è quella di città sicura, un
modello nazionale
adorno di decreti, nuovi poteri alla polizia, ordinanze, telecamere e
persino elicotteri e unità
cinofile. Questa faccia si specchia però nella cruda, grottesca realtà di
questa vicenda.
Non un semplice abuso di poteri. Non semplici mele marce. Ma un sistema
Parma che
ha coltivato con cura la paura dell'altro, che inscena fantomatiche cacce
alle streghe, fino a legittimare atti di violenza inaudita a danno di
coloro che di sicurezza,
quella vera e sostanziale, ne sono già privati dalla precarietà, dalla
crisi economica e da
leggi discriminanti.
Da anni il Comune lavora "per un'estensione dei poteri" alla Polizia
Municipale, promuovendo una loro presenza sempre pià costante e operativa
in città, e da anni alcuni Vigili Urbani sono protagonisti in negativo di
sgomberi, pestaggi e intimidazioni.

Per questi motivi sabato pomeriggio chiederemo le dimissioni del Sindaco
Vignali, dell'Assessore alla sicurezza Monteverdi e del Comandante dei
Vigili Urbani Monguidi, oltre ovviamente a quelle degli agenti coinvolti
nella vicenda.

Assemblea contro il razzismo e la carta di Parma.

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http://www.parmantifascista.org
parmantifascista@autistici
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