L’Italia è un paese pericoloso. Ci vuole sicurezza. La sicurezza è la prima cosa (quella era la salute, diceva il povero Massimo Troisi). La sicurezza è un tema né di destra né di sinistra diceva Walter Veltroni in campagna elettorale. Neanche di colore della pelle, aggiungerei.
Qui se c’è un grave problema di sicurezza è per gli immigrati nelle mani di 58 milioni di energumeni di italiani brava gente! Questi italiani sono decisamente troppi. Non vi danno fastidio in strada tutti questi italiani? Che essendo di più, anzi che essendo troppi, si attrezzano: uomini con spranga contro ragazzino agonizzante in terra. Criminali con fucile contro lavoratori disarmati. Poliziotti con manganello contro ragazzino. Branco contro lavoratore cinese solo alla fermata.
E’ vero, in Italia c’è un grave problema di sicurezza e verrebbe da bofonchiare da sinistra che il problema è sociale e culturale e non di ordine pubblico, ma sbrigati a dirlo perché ci sono i consigli per gli acquisti. E comunque gli elettori non capirebbero. Ah già; che capiscono più quelli?
Facciamo il punto: in Italia la sicurezza è un problema di ordine pubblico e il governo deve assicurare la sicurezza ai cittadini. Già, ma a quali? Commercianti milanesi, camorristi casertani, vigili urbani di Parma e sottoproletari romani (per restare agli ultimi giorni) uniti nella lotta sono passati dalle parole ai fatti. Finalmente abbiamo ritrovato l’unità nazionale della violenza razzista e dello squadrismo. Razzismo e squadrismo secondo le migliori tradizioni nazionali. Ma almeno fossero davvero fascisti. Un fascista con quel microcefalo che si ritrova, almeno qualche scelta l’ha fatta per diventare tale. Come dice Alberto Asor Rosa almeno un progetto di paese, per quanto disdicevole, lo ha. Qui c’è il nulla assoluto. Può essere razzista uno che il cervello se l’è consumato guardando “L’Isola dei famosi” sul servizio (nel senso di WC) pubblico? Un giudice serio li assolverebbe tutti per incapacità di intendere. Di volere no, perché volere vogliono, avere un nemico da sprangare, odiare, discriminare e poi andare nei centri commerciali… Se dico che ce l’abbiamo nel DNA sono autorazzista, vero?
E se poi un giornalista del Ghana descrivesse documentatamente l’Italia com’è e la sua descrizione risultasse esattamente come noi supponiamo sia il Ghana e uno cinese descrivesse la “civilissima Parma” per quel che è, ovviamente ci offenderemo a morte. Approposito, ma non vi viene da ridere quando dite e ripetete fino alla noia “civilissima Parma”, “civilissima Treviso”, “civilissima Verona”, ma civilissima ddeche?
Certo, non bisogna fare d’ogni erba un fascio, c’è commerciante e commerciante, camorrista e camorrista, poliziotto e poliziotto, lumpen e lumpen. Ma perché allora tutti i romeni, tutti i rom, tutti i negri, tutti i napoletani, tutti i cinesi sono uguali? Certo, certo, di razzismo non si può parlare, lo sanno tutti che non tutti i commercianti milanesi sprangano a morte i ragazzini e alcuni camorristi stanno in giacca e cravatta in parlamento (dove abbiamo appreso che però soffrono di depressione). E forse ha perfino ragione il PD di Parma per il quale se sei poliziotti massacrano di botte un ragazzino appena uscito dall’oratorio non è razzismo ma il pericolo è che “rischia di essere danneggiata l’immagine della città” (quintuplo sic).
E poi del resto che facciamo? Mandiamo l’esercito a Parma a difendere i ragazzini dell’oratorio dai vigili urbani?
La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta.
Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una storia molto vecchia.
Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più
recentemente il tycoon George Soros si è pronunciato su di ciò, e così
ha fatto anche l’illustre Economist, una rivista finanziaria
decisamente favorevole al libero mercato.
Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È
un sistema economico che può essere spietatamente produttivo. Ma è
anche un sistema di meccanismi complicati—Marx le chiamava
contraddizioni interne—che può sfuggire completamente al controllo.
Cosa che regolarmente avviene.
A seguire: "Lenin aveva predetto la situazione attuale?" da Information Clearing House.
Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di
problemi alla pelle, vide queste contraddizioni come opportunità:
immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse portare a un
mondo migliore.
Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute
estere durante la sua colazione mattutina base di tè e toast, li vide
come problemi che avrebbero potuto distruggere un mondo che gli piaceva
parecchio. La costruzione dello Stato sociale che porta il suo nome fu
progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il
capitalismo da se stesso.
Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero
crollare l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati
per dare ai lavoratori un modo di partecipare allo status quo e
vaccinarli contro la politica radicale.
I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di
tassazione e spesa, sapendo che, alla fine, e meglio dare da mangiare
ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola.
Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli
anni 30, temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del
comunismo.
Per molto tempo ha funzionato.
Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle
incoerenze che sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove
forze entrano in gioco.
Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende
statunitensi di prosperare nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo
sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest e il Giappone, da ultime
la Cina e l’Unione Europea.
In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzarti
imbottiti dalle politiche di pieno impiego dello Stato sociale,
chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che eccedeva i loro
guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni 70,
l’inflazione decollò.
Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche
rivoluzionarie rimosse la pressione dai datori di lavoro. Perché
preoccuparsi di creare un grande compromesso con i propri lavoratori se
questi non sono una minaccia?
E così venne la fase della riduzione delle spese—la distruzione dello
Stato sociale. In Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come
Reaganomics. In entrambi i casi i leader si impegnarono per limitare il
potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci riuscirono, la
Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di
volo sindacalizzati.
Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di
fatto, sotto Reagan, le finanze federali Usa spiraleggiarono verso il
deficit.
Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze
all’interno della società. I tagli delle tasse di Reagan erano
progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher si
concentrò sullo stritolamento dei salari.
In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa.
Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo
industriale. I ricchi diventarono più ricchi, la classe media rallentò
e i poveri divennero più poveri.
La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie
finanziarie erette dopo la debacle degli anni 30. I particolari
variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso: deregolamentare
le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e
concentrassero le loro tremende risorse in nuove e più profittevoli
aree.
A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del dopoguerra.
In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che
aveva mantenuto varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le
una dalle altre. Sotto il nuovo regime, assicuratori, società
fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono. Le
restrizioni al prestito vennero attenuate.
Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo
industriale nel combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così
fecero anche i guadagni tramite i normali canali di investimento. Gli
investitori, alla ricerca di maggiori guadagni, iniziarono a cercare
opzioni più rischiose e più remunerative.
Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari.
Molte famiglie si accontentavano di cose non troppo esotiche come i
fondi comuni d’investimento. Ma per individui e aziende benestanti la
nuova frontiera era molto più esotica: derivati, fondi speculativi [Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia.
N.d.t.], collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario
garantito da crediti ed emesso da una società appositamente creata, a
cui vengono cedute le attività poste a garanzia. Si veda Wikipedia. N.d.t.].
Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva
finanziaria: mettere poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci
saremmo dovuti ricordare dall’esperienza degli anni 30, la leva
funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad andar
male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un
intollerabile zavorra. [Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “Il Grande Crollo”,
spiegano che il meccanismo della leva finanziaria funziona anche in
negativo: i titoli e i beni con una forte leva scendono e portano al
fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a
bassa leva. N.d.t.].
In fin dei conti le società private equity
e i sottoscrittori dii mutui sub-prime stavano facendo praticamente la
stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero potuti
permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro
acquistato sarebbe continuato a crescere di valore.
Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E
così è stato. [Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore,
l’immigrato italiano negli USA Charles Ponzi, è un modello economico di
vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto
che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della
truffa. Vedi Wikipedia. N.d.t.]
Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il
presidente della Federal Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua
storia (egli è un’autorità sulla Depressione degli anni 30). Ma pochi
altri se la ricordano.
In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il
proverbiale cervo abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro
Stephen Harper insiste a dire che i fondamenti economici del paese sono
buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente irrilevante nel
contesto di un possibile crollo mondiale.
I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della
richiesta di salvare l’intero sistema capitalista globale. Proprio
adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street. Ma nei loro
cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare.
Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema
finanziario. Ma dopo che le persone comuni avranno pazientemente
accumulato questi soldi, la loro ricompensa non sarà altro che un
ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a
riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa
di più che la struttura economica della crisi.
Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci
hanno fatto smantellare negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro
grande compromesso—non necessariamente lo stesso che ci diede lo Stato
sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile do ut des.
E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio
capitalismo; vi lasceremo avere le grandi case e i grandi salari (anche
se forse non tanto grandi quanto erano prima). Ma in cambio dovrete
restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui
abbiamo bisogno per vivere una vita civile. Né vi lasceremo distruggere
tutto ciò che ci è caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo.
E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato.
Perché sappiamo, e lo sapete anche voi, che in momenti di forte
pressione, il libero mercato non funziona. La crisi ce lo ha ricordato.
Thomas Walkom scrive di politica economica. La sua colonna appare regolarmente il mercoledì e il sabato.
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
VLADIMIR LENIN AVEVA PREDETTO LA SITUAZIONE ATTUALE?
Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916
L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo
ha coperto il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle
grandi potenze se non strappandosele le une alle altre e la
concentrazione di capitale è cresciuta al punto in cui il capitale
finanziario diventa dominante sul capitale industriale.
Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo:
1) la
concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un
grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione
decisiva nella vita economica;
2) la
fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi,
sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia
finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di
sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale
finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande
importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust
internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera
superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [Dal Capitolo VII].
[L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera
concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro,
che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha
fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo
di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di
ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e
perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma
le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali
consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati multinazionali
N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che
viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la
mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono
le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in
America, le società di navigazione in America e in Europa. Il
capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla
più universale socializzazione della produzione; trascina, per così
dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo
ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di
concorrenza completa alla socializzazione completa.
Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti
resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un
ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della
libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i
pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa
cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.
[…]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la
produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere
considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata
e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie.
Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della
produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi
per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli
speculatori. [Dal Capitolo I]
Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà,
sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli
per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti:
sono le caratteristiche dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo
parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza
dell'imperialismo 'a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole".
Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il
rapido incremento del capitalismo: tutt'altro. Nell'età
dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o
minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il
capitalismo cresce assai più rapidamente di prima sennonché tale
incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale
sperequazione si manifesta particolarmente nell'imputridimento dei
paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...] [Dal Capitolo X]
Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.
Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è
il monopolio, originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente
generale del capitalismo, della produzione mercantile, della
concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo con l'ambiente
medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera la
tendenza alla stasi e alla putrefazione.
Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti
tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore
delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione,
che è propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire, e in
singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per determinati
periodi di tempo.
Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.
Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di
capitale liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di
franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della
classe o meglio del ceto dei rentiers,
cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad
alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di
capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo,
intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla
produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive
dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano
Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza
dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in
essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il
ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della
fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due
importanti caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso
coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero
fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni,
sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento
operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per
esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:
"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese,
di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra
voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un
proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile".
Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881
egli parla delle "peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare
da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da
essa".
In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:
"Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale.
Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In
realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali,
conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono
tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale
dell'Inghilterra sul mondo"
Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione
(1892) della “Situazione della classe operaia in Inghilterra” . La
situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di condizioni
economiche e politiche tali da accentuare necessariamente
l'inconciliabilità dell'opportunismo con gli interessi generali ed
essenziali del movimento operaio. L'imperialismo, che era virtualmente
nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema dominante, i monopoli
capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e nella
politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo
dell'indiviso monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un
piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al
monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio del XX secolo. In
nessun paese l'opportunismo può più restare completamente vittorioso
nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso
per l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una
serie di paesi l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e
fradicio, perché esso, sotto l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso
interamente con la politica borghese. [Dal Capitolo VIII]
Titolo originale: "Did Vladimir Lenin Predict The Banking Disaster Of 2008?
"
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/ Link
Chi ha vinto il premio Nobel per la Fisica? Due giapponesi e un
“americano” si rimpallano i TG e i GR. E chi è l’americano? Avanti,
dalla foto si capisce benissimo. E Yoichiro Nambu, tipico nome e faccia
da WASP! Dove vuole arrivare quel rompipalle di Carotenuto? Ma a che
non più tardi di un anno fa, quando Mario Capecchi, che è molto meno
italiano di quanto Yoichiro Nambu è giapponese, vinse il premio Nobel
per la medicina, gli stessi TG e GR si rimpallavano la notizia che un
“italiano” avesse vinto il Nobel. Delle due l’una: o pure Capecchi è “americano”, oppure anche Nambu è giapponese. ( http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Cunitalianounamericanoeungiapponese_B9BA/este_667532_15020.jpg )
E’ evidente che nelle redazioni una considerazione così elementare
può solo causare fastidio.
Se Capecchi è “americano” non c’è notizia e
se Nambu è giapponese ancora meno. E poi
studiano cose complicatissime
che non li vorrebbero mai all’Isola dei famosi.
Giusto per ricordarlo: l’ “italiano” Capecchi nacque come cittadino
di serie B nell’Italia delle
leggi razziali. Morto il padre, deportata
a Dachau la madre, visse in strada fino agli otto anni
quando
attraverso una serie di situazioni straordinarie riuscì prima a
ricongiungersi con la
madre e da lì ad andare negli Stati Uniti dove
divenne uno straordinario genetista, disciplina
che nell’Italia attuale
non sarebbe libero di coltivare.
Giusto per continuare a rompere le scatole. Non ho mai ben capito
perché gli italiani fanno
propri gli emigrati solo quando gli conviene.
Perché Capecchi sì e Al Capone no? Chissà
Questo è il testo del volantino distribuito dallo spezzone anarchico libertario presente al corteo del 30 settembre per il 31° anniversario dell’uccisione di Walter Rossi
CONTRO OGNI OMOLOGAZIONE - CONTRO OGNI AUTORITARISMO
Partecipare al corteo del 31° anniversario dall’uccisione di Walter Rossi per noi non è solo la commemorazione di un compagno ucciso per mano fascista, ma è un momento per analizzare la situazione attuale cercando di trovare delle risposte efficaci. Se rivolgiamo lo sguardo verso il passato vogliamo ricordare che in questi luoghi ci sono stati momenti importanti per la vita del movimento rivoluzionario romano fin dalla sua nascita. Non dimentichiamo che i primi gruppi anarchici romani facenti riferimento alla Prima Internazionale si formarono qui vicino, tra i fornaciari di Valle Aurelia, come non è da dimenticare che nelle strade del quartiere Trionfale agì uno dei nuclei principali degli Arditi del Popolo, la prima organizzazione di reazione alle violenze squadristiche dei Fasci di Combattimento, supportata dagli anarchici e dalla base dei partiti comunista e socialista. Un quartiere che anche durante la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 ha impedito ai fascisti di entrare e che, nel palazzo che sovrasta Piazzale degli Eroi, ha ospitato negli ultimi anni di vita l’anarchico Errico Malatesta, “apostolo della libertà” morto nel 1932, come recita la lapide in loco. Partendo da questa breve e certo non esaustiva panoramica delle lotte che hanno animato le strade del Trionfale, la situazione oggi appare completamente diversa; nonostante ciò non rinunciamo alla nostra prospettiva rivoluzionaria. Aspiriamo a creare rapporti sociali basati sul mutuo appoggio, tendenti ad una società egualitaria ed orizzontale, dove stato, esercito, famiglia, religione, galere, scuola, lavoro, denaro e tutte le istituzioni coercitive siano distrutte, ovvero in una direzione completamente opposta a quella verso cui ci si sta muovendo. Viviamo in una società sempre più atomizzata, in cui si sono rotti quei legami che anni di lotte (ma anche le normali modalità di vita popolare di quartiere) avevano creato, una società basata sullo spettacolo e sul controllo, in cui da tempo si è insediata la dittatura tecnologica, ogni senso di solidarietà è in via di estinzione, la competizione e la guerra tra poveri sono la regola, il diverso è messo al bando e la deriva autoritaria appare sempre più generalizzata. Il tutto nella cornice della tanto sbandierata democrazia, alla quale ormai si appella anche ampia parte dell’ex arcipelago rivoluzionario. L’odierno sistema democratico, con le sue innumerevoli gabbie, si regge sulla paura individuale e collettiva e sul ricatto lavorativo, dispone ad accettare ogni vessazione pur di difendere il “privilegio” di possedere quelle rate, mutui e prestiti con cui la società capitalista tiene a galla i suoi ritmi di consumo. Nel terrore di perdere le briciole di una vita di fatica, è facile convincersi che i veri nemici siano i barbari che di volta in volta si presentano ai confini del “fortino Europa”. E per difendere un fortino, cosa è meglio di un esercito? Ormai non fa più scandalo vederlo in azione, e qualsiasi opposizione politica e sociale appare assopita. Ci hanno ormai abituato all’esercito professionista che nel nome della pace e della patria viene impiegato in interventi “umanitari”, in realtà coperture per le operazioni armate di controllo geopolitico delle materie prime e delle vie di rifornimento, vedi Iraq ed Afghanistan. Il consenso generale, pianificato negli anni e mesi precedenti e costruito con l’apporto fondamentale dei giornalisti, è sfruttato oggi per propagandare la necessità dei militari armati anche nelle nostre città, volendo convincerci che le migliaia di nuovi sicari armati in strada aumentino la nostra “sicurezza”. Tutta questa propaganda della paura ha creato le condizioni per far sedimentare e crescere nelle periferie metropolitane di gruppi razzisti e fascisti che si ergono paladini della storia cristiana europea, gruppi non necessariamente politici in senso formale, ma più simili a bande di quartiere. A questa situazione vanno date risposte individuali e collettive col fine di smascherare la grandi menzogne della destra cosiddetta sociale, consapevoli di quanto ogni connessione con il potere e il piagnisteo democratico diano più argomenti a chi sfodera una retorica identitaria vuota e semplicistica, vendendo per ribellismo ciò che è in realtà la difesa servile dello stato di cose attuali. Tornare a rispondere colpo su colpo a qualsiasi attacco, sia in maniera militante che sotto l’aspetto “culturale”, senza richiami alla tutela del diritto ma con l’azione diretta dagli indelebili contenuti rivoluzionari e antistatali, è il minimo per respingere l’avanzata del pensiero totalitario.
CONTRO OGNI FASCISMO
PER L’AUTOGESTIONE DELLE PROPRIE VITE - PER LA RIVOLUZIONE SOCIALE
Le associazioni e le organizzazioni antirazziste di Parma, riunitesi ieri sera c/o la Casa Cantoniera in un'Assemblea contro il Razzismo e la "carta di Parma", invitano tutti gli abitani di Parma al presidio convocato per domani, sabato 4 ottobre, alle ore 15.30 in Piazza Garibaldi, in solidarietà a Emmanuel, contro il razzismo e contro la cosìddetta "carta dei sindaci per la sicurezza" siglata proprio a Parma.
La faccia che questa città ha voluto darsi è quella di città sicura, un modello nazionale adorno di decreti, nuovi poteri alla polizia, ordinanze, telecamere e persino elicotteri e unità cinofile. Questa faccia si specchia però nella cruda, grottesca realtà di questa vicenda. Non un semplice abuso di poteri. Non semplici mele marce. Ma un sistema Parma che ha coltivato con cura la paura dell'altro, che inscena fantomatiche cacce alle streghe, fino a legittimare atti di violenza inaudita a danno di coloro che di sicurezza, quella vera e sostanziale, ne sono già privati dalla precarietà, dalla crisi economica e da leggi discriminanti. Da anni il Comune lavora "per un'estensione dei poteri" alla Polizia Municipale, promuovendo una loro presenza sempre pià costante e operativa in città, e da anni alcuni Vigili Urbani sono protagonisti in negativo di sgomberi, pestaggi e intimidazioni.
Per questi motivi sabato pomeriggio chiederemo le dimissioni del Sindaco Vignali, dell'Assessore alla sicurezza Monteverdi e del Comandante dei Vigili Urbani Monguidi, oltre ovviamente a quelle degli agenti coinvolti nella vicenda.
La notizia arriva da Unimondo,
ed è un segnale grave del salto di qualità nella distruzione delle
libertà civili in un paese governato dal Partito delle Libertà. A
Verona il sindaco Flavio Tosi (quello che aveva imposto un neonazista
all’Istituto storico della Resistenza) ha proibito ai missionari
comboniani di esporre la bandiera della pace.
Nel leggere notizie così stupidamente gravi si viene assaliti da
una vertigine. Nell’illusione
della democrazia rappresentativa staremmo
accettando supinamente lo svuotamento e
la distruzione della stessa?
C’è più analfabetismo democratico nel sindaco di Verona Flavio
Tosi e
di chi l’ha votato nel conculcare il diritto civile di esporre un
simbolo di pace, o c’è
più una cosciente politica dello strappo, del
fatto compiuto nella costruzione di un regime illiberale? (gc)
Verona: no del Comune alla bandiera della pace dei missionari
comunale di Verona che dopo mesi di
tergiversamenti nei giorni scorsi ha concesso alcuni
spazi cittadini
alla manifestazione promossa dalle realtà missionarie nazionali, ma con
il
vincolo di omettere l’esposizione della bandiera della pace, perché
- secondo
l’amministratore del sindaco Tosi - “in questi anni è stata
trasformata nel simbolo
dell’estrema sinistra”. A denunciare la vicenda
è il sito di ‘Nigrizia’, la rivista dei missionari
comboniani tra i promototi della carovana. “Colto
da una repentina smania di igiene totale e di pensiero unico,
l’esecutivo scaligero
ha deciso di fare la guerra, oltre che ai poveri
e agli ultimi, anche alla bandiera della pace.
Per questa giunta,
infatti, una manifestazione pacifista si può fare a Verona solo se non
si
sventolano i colori dell’arcobaleno” - scrive Gianni Ballarini della
redazione di ‘Nigrizia’. Nella dettagliata ricostruzione della
vicenda, Ballarini spiega che dopo tre mesi di
tergiversamenti, il 17
settembre scorso la giunta comunale scaligera ha risposto alla
richiesta dei missionari di utilizzare una piazze e una sala pubblica
della città per la
manifestazione - programmata a Verona per 28
settembre negando il permesso di
poter usufruire dei due spazi
pubblici. La decisione rimessa in discussione due giorni
dopo, quando
l’assessore all’Edilizia e al Turismo Vittorio Di Dio ha comunicato per
lettea protocollata agli organizzatori il ripensamento della giunta, ma
“con il vincolo di
omettere qualsivoglia riferimento partitico e di
esporre unicamente bandiere istituzionali”.
Tra queste appunto la
“bandiera della pace” perché - come lo stesso assessore Di Dio
ha
comunicato telefonicamente al direttore del Centro missionario
diocesano (Cdm),
don Giuseppe Pizzoli - sarebbe stata “trasformata in
questi anni nel simbolo
dell’estrema sinistra”. A nulla è valsa la
lettera di risposta di don Giuseppe Pizzoli all’assessore nella
quale,
dopo aver evidenziatoche che la Carovana “è un’iniziativa di natura
ecclesiale e quindi libera da qualsiasi partecipazione partitica”
precisa che la
bandiera arcobaleno “è stata usata già negli anni ‘80
dal movimento ‘Beati i
costruttori di pace in quanto richiamo
all’arcobaleno biblico, ponte di pace fra Dio e
l’umanità, ed è poi
venuta ad avere un significato particolarmente forte all’inizio di
questa decade con la campagna ‘Pace da tutti i balconi’ richiamando
ancora una
volta un ponte tra il Dio della Pace e tutti “gli uomini di
buona volontà” (ricordando
il canto degli angeli a Betlemme)”. “Il
fatto che questo simbolo sia anche stato
abusivamente assunto da una
parte politica con quella che potrebbe essere
considerata una
appropriazione indebita, ci rammarica - specifica don Giuseppe
Pizzoli
- ma non ci toglie il diritto di continuare a considerare e ad usare la
bandiera
‘della pace’ come il simbolo e l’espressione propria del
nostro movimento ecclesiale
in favore della pace, dono di Dio per gli
uomini e per tutti i popoli”. Dopo aver ribadito
di trovare
inaccettabile il vincolo posto, il direttore del Cmd ha chiuso la
lettera
annunciando a Di Dio di rinunciare alle richieste fatte:
“Preferiamo mantenere la
nostra libertà e autonomia a svolgere le
nostre manifestazioni in ambienti ecclesiali”. Iniziata nell’anno del Giubileo del 2000 con una manifestazione a Verona per sottolineare
Il 30 settembre 2008 parteciperemo al corteo per l’anniversario della morte di Walter Rossi, militante di Lotta Continua ucciso nel 1977 dai missini coperti dall'’apparato poliziesco dello Stato.
Lontani da ogni intento commemorativo, abbiamo scelto di formare uno spezzone autogestito insieme alle situazioni e agli individui antiautoritari a noi più affini, anche se all'’interno di una manifestazione cittadina costruita con realtà politiche del “movimento” con cui pur continuiamo a riscontrare differenze di analisi, metodi, tensioni.
Non andiamo nel quartiere Prati per dimostrare “l'’agibilità” di una zona che non appartiene alla nostra quotidianità, né solo per reazione al vile agguato del 29 agosto che ha ferito compagni e situazioni che sentiamo molto vicini. In questo momento vogliamo portare in piazza i nostri contenuti e la nostra avversione ad ogni autorità e a logiche e forme di opposizione spesso appiattite sulle parole d’'ordine dettate dai bisogni spettacolari dello stesso sistema che si pensa di combattere.
Le bande neofasciste continuano, fedeli e servili, a recitare il ruolo che gli è stato assegnato dallo stato: creare allarme sociale e guerre tra i deboli, mentre i media assolvono il compito di seminare terrore, il capitalismo povertà e guerra, la magistratura la galera. La strategia della sicurezza di oggi non è una “svolta” né una “deriva autoritaria” del regime democratico repubblicano, che storicamente si fonda sul controllo e la repressione dei sudditi rinominati cittadini, ma una mossa per tentare di nascondere l’'incapacità di gestire l’'ingestibile continuando a difendere i privilegi di pochi. La nostra mossa preferita è rovesciare la loro scacchiera! Padroni di nulla pedoni di nessuno.
In merito ai fatti del 1 settembre scorso di fronte al III lotto della discarica Ecolevante a Grottaglie, e alla ripresa delle attività contro la stessa che ne è seguita.
È EVIDENTE che esistono grandissime differenze di visione politica tra i diversi soggetti che negli ultimi anni hanno agito con modalità e linguaggi diversi per sensibilizzare le Comunità Locali attorno all'enorme problema del degrado del territorio, e in particolare attorno alla mostruosa discarica per rifiuti speciali di Grottaglie. Abbiamo visto soggetti di orientamento più legalista e istituzionale attivi su un poderoso e preziosissimo lavoro di documentazione, denuncia, estenuanti iter burocratici che hanno fatto emergere tutto il nascosto delle procedure di progettazione, autorizzazione, realizzazione e gestione di questo ecomostro. E abbiamo visto soggetti più propensi ad una esposizione diretta e ad una testimonianza fisica costante sul sito stesso, vivere giorno e notte nel ventre della bestia. Altri soggetti sono comparsi con gran strepito di fuochi d'artificio e poi più nulla si è sentito... Ricordiamoci che l'inverno scorso eravamo tutti insieme in strada a Grottaglie. Si sono dunque manifestate almeno due anime contro la pericolosissima creatura voluta da Settani, Bagnardi & C. Una più democraticista, che crede nel funzionamento di questo “sistema” e nella necessità di ripararne i gravi difetti e rimuoverne le numerose “mele marce” - un esempio ne è il Comitato “Vigiliamo per la discarica”. Un'altra che non crede affatto a questo “sistema”, lo considera intrinsecamente altro rispetto ai bisogni delle persone e cerca nuove forme di democrazia diretta anche indipendentemente dalle procedure istituzionali – presente nel “Presidio Permanente” pur non essendone l'unica componente all'interno. NOI COME URUPIA siamo parte di questa seconda anima, e al tempo stesso riconosciamo l'immenso valore del lavoro svolto da chi ha iniziato questa lotta anni fa, arrivando a creare il caso storico della Legge di Iniziativa Popolare. Sappiamo che entrambe queste anime condividono l'idea della assoluta improponibilità della attuale classe politica nel suo insieme, della disumana dittatura della speculazione e del massimo profitto immediato, e del disinteresse sostanziale di entrambi ai disagi innumerevoli che continuano a produrre. Questo potere è troppo grosso, e non bastano certo da sole azioni dimostrative e di protesta, né le maratone procedurali e amministrative. Serve tutto! E anche di più!! A tutti questo potere, ricco di strumenti di pressione e di repressione, di contorcimenti normativi, fa paura. Se questo è il problema, la Paura, allora parliamone, serenamente, apertamente: cerchiamo di capire come vincere il muro di gomma, l'inerzia causata da questa paura nella maggior parte delle persone. Non nascondiamoci dietro a schermaglie sulle reciproche forme di protesta, dissenso, proposta. Spezziamo il gioco eterno del Divide et Impera che sembra si sia di nuovo innescato.
Queste problematiche sono le stesse che da tempo in tutta Italia si vivono le diverse realtà in lotta contro gli innumerevoli ecomostri realizzati, in costruzione o in progetto. Crediamo necessario stringere più fortemente i contatti nel Patto di Mutuo Soccorso. Al Presidio Permanente abbiamo visto in atto una vera seppur ancora piccola esperienza di partecipazione aperta e diretta di quanti di volta in volta si avvicinavano, anche per la prima volta o da poco tempo. E questo tipo di spirito lo accomuna a molte delle altre esperienze citate, quantomeno a quelle che hanno maturato la consapevolezza della necessità di nuove forme di democrazia diretta e di gestione partecipata delle risorse. Quello della legalità o dell'illegalità dietro alla realizzazione del III lotto non è per noi il problema principale: è giusto sottolinearlo per evidenziare l'intrinseca natura mafiosa della collusione tra un concetto aberrante di “impresa” e la realtà dittatoriale della politica della delega. Siamo convinti che solo l'azione delle persone possa fermare tutto ciò. Azione che deve comprendere sia il cercare di imporre alle istituzioni altre regole (magari all'inizio più realisticamente proporre), sia l'esporsi in prima persona per cercare di bloccare fisicamente l'attività della discarica (magari all'inizio più modestamente ostacolare). Dobbiamo essere tutti consapevoli che non è possibile agire, in nessun senso, senza esporsi a qualche tipo di ritorsione. Dovremo tutti coltivare la difficile arte dell'astuzia, del coraggio e della razionalità collettive. Dovremo imparare a non distogliere l'attenzione dai nostri veri nemici: Settani, Bagnardi & C. La misura della loro determinazione ad andare avanti: circa 150 € a metro cubo ciò che pagano le imprese alle discariche per seppellire i rifiuti pericolosi, da moltiplicare per i 2'200'000 metri cubi del terzo lotto, quelli dei primi due lotti, quelli di un futuro quarto lotto, più tutti gli ampliamenti che ci saranno, più eventuali “extra” derivanti dall'impossibilità di controllare tutto ciò che di volta in volta viene sversato... Il poliziotto o il carabiniere è uno spauracchio messo lì non solo per reprimere, ma così facendo per cercare di catalizzare verso di lui un astio collettivo, per divenire lui bersaglio non solo di una lucida indignazione ma anche di una emotività collettiva, facilmente manipolabile. L'agente di pubblica sicurezza in questa battaglia, non lo consideriamo più avversario e non più pericoloso del cittadino rassegnato o consenziente alla devastazione del territorio, o del camionista che trasporta carichi velenosi per un tozzo di pane... Nostra avversaria è la rassegnazione – vestita o meno con una divisa – e la nostra rivoluzione culturale e morale è precisamente la lotta, inevitabilmente lenta, forse infinita, contro questa rassegnazione. E pure nell'immediato che già compromette il futuro, c'è il danno tangibile provocato dai nemici sopra citati, la guerra che hanno dichiarato alle persone, al territorio e al futuro, la necessità di nostre proposte e risposte ora. Una denuncia penale e il venire portati via non sono i rischi peggiori per nessuno in questa partita...
Non c'è una alternativa al pensiero unico dominante – quello della massimizzazione del profitto immediato e della società del controllo totale, il tutto a pesante pregiudizio del Futuro. Il mondo è bello finché è vario. Le alternative possibili e sperimentabili sono tante, perché tante sono le persone, le sensibilità, le predisposizioni, le paure. Tantissimi possono e devono essere i percorsi e gli strumenti – secondo le forze e le fragilità di ogni persona – che concorrano a una lunga e lenta rivoluzione culturale e morale che mini le basi stesse dell'attuale pensiero dominante. Sta a tutti noi gestire questo dato di fatto come nostro potenziale punto di forza, o lasciare che venga usato come potenziale debolezza interna di tutta quella società che ancora non vuole rassegnarsi al pensiero unico. A noi tutti la scelta tra costruire percorsi di collaborazione tra le diverse inclinazioni e orientamenti volte alla salvaguardia del territorio e delle generazioni future, e il rassegnarsi ancora ad una presunta incomunicabilità tra le stesse.
INFINE TRE PROPOSTE: –Un appuntamento ad Urupia domenica 19 ottobre prossimo – giorno della nostra Festa di Fine Vendemmia – con tutte le realtà in lotta contro il III lotto, per chiarire apertamente le reciproche differenze ed elaborare strategie di lotta ora che il gioco si fa ancora più pesante e pericoloso; –Una Campagna di boicottaggio da promuovere presso le Cittadinanze, di tutto quanto sponsorizzato o comunque finanziato da Ecolevante sul territorio (ad esempio invitare a non andare alle partite di calcio del Grottaglie); –Una Campagna di non-partecipazione da promuovere presso artisti di strada o operatori culturali in genere, alle iniziative organizzate e finanziate dal Comune di Grottaglie (specie sotto le feste principali).
La Comune Urupia c.da Cistonaro/c.da Petrosa Francavilla F.na (BR)
La bandiera della sicurezza, che tutti i partiti dentro e fuori il parlamento sventolano, rammenta, a coloro che trovano ancora piacere nel riflettere e non si sono rassegnati alla contemplazione pensosa del nulla che inghiotte infaticabilmente ogni umana vicenda, il noto paradosso della protezione su cui prosperano dai tempi più lontani le mafie grandi e piccole. Immaginiamoci un dialogo tra due individui: "Buongiorno, sono venuto a proporle la mia protezione. Lei, in cambio di questo mio servizio, mi corrisponderà...” "Mi scusi se la interrompo, ma io non ho mai avuto bisogno di protezione, e poi da chi dovreste proteggermi? E come fareste a difendermi?". "Non ha capito. È da me che lei si deve proteggere. Ed è per questo che la mia protezione è affidabile: perché sono insieme la minaccia e la difesa.” In realtà, non è neppure vero che la mafia protegge, perché, una volta che si disveli, pagando, di essere indifesi e incapaci di farsi valere, a che pro consegnare la merce promessa? In ogni caso non ci si trova più nella condizione di reagire. Allo stesso identico modo si conducono i governi che, in quanto garanti del presente stato di cose, stanno all'origine della radicale insicurezza in cui languono i singoli e le loro deprimenti aggregazioni, mentre si presentano come unico possibile usbergo contro questa stessa insicurezza. Il poliziotto - che del governo è la proiezione quotidiana sul territorio - mentre ti minaccia realmente, ti rassicura idealmente: a condizione beninteso, che tu sia completamente alienato, separato dalla tua attività e separato e contrapposto rispetto a chi ti sta a fianco e condivide la tua sciagurata condizione. Ma è davvero difficile sfuggire a una tale alienazione, dal momento che ciascuno è costretto a concentrarsi forsennatamente sugli affari propri, minacciati dall'inflazione, dalla precarietà, dagli adempimenti, dalle tasse, dalla disoccupazione; nello stesso tempo è scoraggiato in qualunque forma di presenza politica, o anche solo di riflessione sulla propria condizione; è posto in concorrenza con tutti coloro che incontra, siano essi colleghi, datori di lavoro, dipendenti, vicini, parenti, sconosciuti, stranieri; è obbligato a misurare e ad essere misurato utilizzando un equivalente onnipotente, il danaro, di cui dispone in misura infinitesima, stretto fra debiti certi e inesorabili e crediti modesti, incerti e malsicuri; si ritrova sprovvisto di qualunque identità collettiva, e minacciato nelle basi della propria stessa identità personale, dal momento che il passato viene sempre più spesso rimaneggiato e reso nebuloso, e il futuro si prospetta come un accumulo di sole minacce. Il risultato è quello di una crescente affezione dell'infelice cittadino per il proprio aguzzino, che in sostanza rimane l'ultimo e l'unico ad interessarsi di lui. In quali condizioni può versare qualcuno cui il postino recapita solo multe, e che per strada viene fermato unicamente dai vigili, e la cui identità interessa solamente i carabinieri dei posti di blocco? La più banale osservazione psicologica ci indica come i bambini maltrattati si affidino fra i due genitori preferibilmente a quello che li maltratta piuttosto che a quello che permette che siano maltrattati. Nessuno dei due vuole loro bene, ma uno dà segno di riconoscerli, l'altro neppure quello. La condizione del proletario che è sempre stato maltrattato, va divenendo sempre più quella di un minorenne: sradicato dalla comunità nella quale egli poteva trovare calore e al tempo stesso conquistare visibilità e prestigio, costretto a confrontarsi con un mondo di cui gli sfuggono sia i fondamenti sia soprattutto gli strumenti (per una competizione su base mondiale, risultano tutti, anche i non poverissimi, comunque del tutto inadeguati: il prezzo del vivere è praticamente troppo caro per tutti, un'esperienza, questa, che nel passato si associava quasi soltanto ai periodi delle grandi guerre, periodi nei quali si era disposti a qualunque sacrificio, meglio se altrui, per pervenire alla pace). Di conseguenza, occorre riconoscere che l'insicurezza è una condizione effettivamente diffusa e fondata, specie fra quei ceti condannati al quantitativo che fanno la fortuna degli empori e dei partiti di massa. D'altronde, già sessant'anni fa Umberto Saba in "Scorciatoie e Raccontini" osservava che i vecchi avvertono più intensamente la paura dei ladri, perché ciò che temono davvero è la visita della morte, che ruberà loro la vita. In una società incanutita e rimbambita come la presente, in cui la vita è stata già rubata alla fonte, senza mai essere stata davvero concessa alla maggioranza dei nostri contemporanei, è quasi inevitabile che ci si aggrappi ai propri possessi, che sono la sola verosimile allusione all'esistenza in vita del possessore. Chi deruba, calpesta il proprietario, calpestando la sola parte di esso destinata a sopravvivergli, lo deruba dell'anima, sfida l'unica fede superstite, quella nell'economia del sacrificio. Il punto è che tutti gli interventi in nome della sicurezza, quegli stessi interventi che gli spossessati reclamano senza posa, aumentano e non riducono l'insicurezza degli spossessati medesimi. Ma parallelamente aumentano la devozione canina e abietta per i potenti, per i vincitori, per i decisionisti, e l'odio per chi diffonde il dubbio, per chi svela i miserabili arcani, per chi dileggia gli idoli, per chi pone senza infingimenti gli individui di fronte alla loro condizione disprezzabile, per chi rammenta che l'unica possibile salvezza ciascuno la può determinare solo partendo dalle proprie forze. Per conseguenza la recente proposta di mutilare la Legge Gozzini, non è una contraddizione ma una parte coerente del disegno di alienazione perfetta ad opera del totalitarismo democratico rappresentato oggi in Italia dalla coalizione condotta dall'ignobile Berlusconi (in maniera non dissimile ma molto più conseguente degli ipocriti che lo hanno preceduto, i quali meglio si accomodano nel ruolo di prefiche lagnose ed impotenti). L'aggravamento delle condizioni di detenzione contemplato dai critici della Legge Gozzini corrisponde infatti a diversi obiettivi, fra loro convergenti: innanzi tutto, brutalmente rendere più aggressiva la voce dello stato, in sostanza bastonare qualcuno semplicemente per far roteare il bastone sotto gli occhi di tutti; in secondo luogo, sottolineare il concetto, fondamentale in tutti i periodi di stretta autoritaria, dell'esistenza di uno specifico strato sociale votato al delitto, verso cui nessuna vessazione sarà mai eccessiva, diverso e separato, rispetto alla popolazione comune, e soprattutto rispetto allo strato dei governanti, che - trovandosi agli antipodi sociali di quello - va per definizione riconosciuto come composto da membri stimatissimi della comunità, nei confronti dei quali qualsiasi indagine non può che essere frutto di maligni preconcetti; in terzo luogo, indicare l'abisso sul cui ciglio si situano tutti coloro che si trovano in mezzo, ciglio cui si avvicinano ogni qual volta allentano l'abbraccio con i governanti (e qui si spiegano tutte le trasgressioni inventate dal codice a proposito di condotte di uso corrente, quali il consumo di droghe, l'inosservanza al codice della strada, l'inosservanza del copyright, l'evasione fiscale). Si tratta in pratica di un'estensione del concetto di "tolleranza zero" e del concetto equivalente ad esso sotteso di "sudditanza infinita". Ancora una volta il carcere si conferma come paradigma estremo della condizione del suddito sociale: la salvezza viene additata come conseguibile unicamente tramite un'adesione quasi fisica alla fonte della legge, ai vertici; la relazione con tali vertici è "personalizzata", gestita in solitudine totale e non è davvero un caso che il sindacato degli industriali proponga di pervenire a quella contrattazione individuale che è l'apoteosi della società senza classi, in cui ciascuno è richiamato a giocare "sul mercato" alla pari, senza riguardo al dettaglio che, da una parte, si paga con una frazione delle vincite accumulate nelle precedenti partite, dall'altra con la totalità del proprio tempo, quel tempo che è l'unico possesso di chi non possiede nulla. D'altronde è proprio l'ormai compiuta colonizzazione del tempo ad opera del sistema delle merci e delle leggi, che ha diffuso come una lebbra l'ossessione di salvaguardare il proprio spazio, quello spazio che del tempo è da sempre il cascame meschino, il surrogato destinato alle personalità servili. Precisamente come si è operato da tempo negli Stati uniti, alla fase del trattamento personalizzato, delle commissioni di verifica periodica del comportamento (commissioni dal cui cospetto era impossibile uscire altrimenti che in ginocchio, come bene illustrava George Jackson), va subentrando la riedizione aggiornata del "delinquente per indole e per tendenza" tipico della prima metà del Novecento, o addirittura di quelle "classi pericolose" che, con la propria semplice esistenza testarda e nullafacente, avevano minacciato il nascente capitalismo, al tempo delle grandi deportazioni dei mendicanti, dei bracconieri, delle prostitute, dei vagabondi, degli oziosi. E un contraltare perfetto alla cessazione dell'automaticità dei benefici della Gozzini, possiamo ammirarlo nella scelta (peraltro mirabilmente bipartisan) dell'introduzione dell'ergastolo automatico per chi uccide qualche appartenente al livello più intenso della domesticazione, quello che ti concede il diritto a circolare armato con indosso le insegne della vergogna nazionale. Detto questo, notiamo quanto sia inutile e finanche indisponente la circolazione di taluni appelli che mirano alla difesa della Legge Gozzini medesima, allorché si giunge alla lettura in calce del codazzo di firme proprio di coloro che per decenni si sono impegnati nella desertificazione di ogni possibile spazio in cui appelli del genere avrebbero potuto essere benevolmente accolti. Non solo i nomi di molti degli appellanti inducono al dileggio e alla pernacchia - anche perché pesantemente lardellati da specialisti nell'arte immonda di accarezzare le piaghe, quali preti, assistenti sociali, politici, ravveduti e così via; ma accuratamente si evita di ricordare quale sia stata la funzione della Gozzini per la pacificazione e la socializzazione dei detenuti e si riprende, senza esitazioni, la questione della sicurezza agitata dal governo, semplicemente proponendo un'alternativa più armoniosa, più biodegradabile, più soft, per la realizzazione del medesimo fine, la socializzazione totalitaria, l'edificazione di un sistema di reciproco asservimento. È lampante che ogni sistema, anche residuale come la Gozzini, che conduca a una riduzione del tempo trascorso dietro le sbarre, o in un'altra delle condizioni infelici previste dall'ordinamento penitenziario, va guardato con sfavore assai minore rispetto a provvedimenti che viceversa prolungano questa condizione di capillare mancanza di libertà. Ma occorre ricordare che mai sono stati gli appelli e le democratiche istanze a condurre alle riforme penitenziarie, persino le più timide; ma solo la speranza di disinnescare la minaccia esercitata da carcerati coscienti e irriducibili; e possibilmente dall'esistenza di un movimento esterno di solidarietà con le rivolte, le evasioni, le ritorsioni contro la vile custodia. In assenza di tutto questo, i carcerati, precisamente come quelli che permangono in una condizione non ancora perfettamente ristretta all'esterno delle carceri, possono sperare unicamente nella magnanimità di chi scrive le leggi e di chi le applica. E da un bel pezzo (certuni sospettano: da sempre) è impossibile trovare anche un solo uomo magnanimo sullo scranno del legislatore, del governante, del giudice. Lo strumento dell'appello è solo un'ulteriore prova della natura nefasta e ignobile dello stato, che riduce degli adulti, nati per essere liberi, a chiedere rispettosamente come si faceva nella Sardegna del Settecento di "procurare di moderare la tirannia". Allora lo si chiedeva ai lerci baroni sabaudi, oggi ai putridi mascalzoni repubblicani. In che cosa consisterebbe il progresso?
Walter Rossi, un ricordo senza pace 30 Settembre 1977 - 30 Settembre 2008
OGGI COME IERI CONTRO OGNI FASCISMO
CONTRO SINDACI SCERIFFO E GIORNALISTI SCIACALLI PER UNA CITTA' LIBERA FUORI DA ROMA FASCISTI E MILITARI
La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d'emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E' una aperta ostilita' verso qualsiasi espressione della societa' che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori. La linea di continuita' fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e' la volonta' di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.
31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L'assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.
Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni '60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.
Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita' dell'equidistanza e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione del dissenso.
Dopo un'estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell'iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta di determinare le proprie esistenze.
Appuntamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi - M Cipro
*La cronaca in breve * Sabato a Milano diverse migliaia di persone hanno sfilato per le vie del centro, in ricordo di Abba e contro il razzismo, partendo da P.ta Venezia. Un folto gruppo di giovani, (proletari/e, immigrati/e, giovani "di seconda generazione", provenienti da tutte le parti del mondo e che insieme ad Abba si incontravano in S.Babila da anni per suonare e ballare) si sono invece dati un appuntamento separato, per poi andare incontro alla manifestazione. Primo colpo di scena: all´altezza di Corso Venezia, giunti di fronte al corteo, iniziano dei sit-in e con comizi e slogan continui decidono di contenderne la testa costringendo il servizio d´ordine del corteo, guidato da militanti del PRC, a fare i salti mortali per riprendersela e riportare la manifestazione dentro i binari prestabiliti. Ma giunti a S.Babila nuovo colpo di scena: spazientiti dallo scavalcamento dei "politici bianchi", e sfruttando il presidio del comitato antirazzista, la testa del corteo si blocca e, dopo aver radunato altri 300 manifestanti, si dirige verso il Duomo deviando dal percorso prestabilito. Raggiunta piazza Duomo, di fronte a un nuovo tentativo di scavalcamento e di controllo da parte degli apparati, nuovo e definitivo colpo di scena: il corteo spontaneo decide di recarsi in via Zuretti, dove Abba è stato ucciso. A questo punto la polizia cerca di costituire un cordone per contenere il corteo non autorizzato, ma questo diventa un segnale per i manifestanti che, al grido di "Abba vive e lotta insieme a noi", "basta razzismo" e "Giustizia!", travolgono il cordone della polizia e cominciano a correre verso la meta, distante quasi 5 km da piazza Duomo. Poliziotti, giornalisti e militanti della sinistra istituzionale, rincorrono la testa del corteo ansimando, ma ogni qualvolta riescono a ricostruire un argine, grazie soprattutto a pattuglie che affluiscono con mezzi mobili, il corteo rompe nuovamente il cordone e riparte, sempre di corsa e gridando slogan. La scena si ripeterà più volte fino in via Zuretti dove un imponente schieramento di forze dell´ordine impedisce ai manifestanti, diventati ormai 600, l´accesso al bar del linciaggio di Abba. Solo a quel punto, gli organizzatori della manifestazione, insieme alla Digos, riuscivano a riportare la calma e a ottenere una sorta di momentanea pacificazione della piazza, (contestata da buona parte di coloro che avevano imposto con l´azione diretta l´arrivo in via Zuretti), che ha segnato la conclusione della giornata, ben lontana dal previsto comizio di chi aveva convocato l´iniziativa.
*Alcuni elementi di bilancio politico*
E´ quasi superfluo sottolineare che il dato politicamente più significativo della giornata sia stato l´irrompere prepotente della rabbia e della determinazione di una parte consistente degli/d