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    October 09

    Orde di italiani infestano l'Italia, mandiamoli via!

    L’Italia è un paese pericoloso. Ci vuole sicurezza. La sicurezza è la prima cosa (quella era la
     salute, diceva il povero Massimo Troisi). La sicurezza è un tema né di destra né di sinistra
     diceva Walter Veltroni in campagna elettorale. Neanche di colore della pelle, aggiungerei.

    Qui se c’è un grave problema di sicurezza è per gli immigrati nelle mani di 58 milioni di
    energumeni di italiani brava gente! Questi italiani sono decisamente troppi. Non vi danno
    fastidio in strada tutti questi italiani? Che essendo di più, anzi che essendo troppi, si
    attrezzano: uomini con spranga contro ragazzino agonizzante in terra. Criminali con
     fucile contro lavoratori disarmati. Poliziotti con manganello contro ragazzino.
    Branco contro lavoratore cinese solo alla fermata.

    E’ vero, in Italia c’è un grave problema di sicurezza e verrebbe da bofonchiare da
    sinistra che il problema è sociale e culturale e non di ordine pubblico, ma sbrigati a
    dirlo perché ci sono i consigli per gli acquisti. E comunque gli elettori non capirebbero.
    Ah già; che capiscono più quelli?

    Facciamo il punto: in Italia la sicurezza è un problema di ordine pubblico e il governo deve
    assicurare la sicurezza ai cittadini. Già, ma a quali? Commercianti milanesi, camorristi casertani,
    vigili urbani di Parma e sottoproletari romani (per restare agli ultimi giorni) uniti nella lotta sono
    passati dalle parole ai fatti. Finalmente abbiamo ritrovato l’unità nazionale della violenza razzista
    e dello squadrismo. Razzismo e squadrismo secondo le migliori tradizioni nazionali. Ma almeno
    fossero davvero fascisti. Un fascista con quel microcefalo che si ritrova, almeno qualche
    scelta l’ha fatta per diventare tale. Come dice Alberto Asor Rosa almeno un progetto di
    paese, per quanto disdicevole, lo ha. Qui c’è il nulla assoluto. Può essere razzista uno
    che il cervello se l’è consumato guardando “L’Isola dei famosi” sul servizio (nel senso di WC)
    pubblico? Un giudice serio li assolverebbe tutti per incapacità di intendere. Di volere no,
    perché volere vogliono, avere un nemico da sprangare, odiare, discriminare e poi andare
    nei centri commerciali… Se dico che ce l’abbiamo nel DNA sono autorazzista, vero?

    E se poi un giornalista del Ghana descrivesse documentatamente l’Italia com’è e la sua
    descrizione risultasse esattamente come noi supponiamo sia il Ghana e uno cinese
    descrivesse la “civilissima Parma” per quel che è, ovviamente ci offenderemo a morte.
    Approposito, ma non vi viene da ridere quando dite e ripetete fino alla noia “civilissima
    Parma”, “civilissima Treviso”, “civilissima Verona”, ma civilissima ddeche?

    Certo, non bisogna fare d’ogni erba un fascio, c’è commerciante e commerciante,
    camorrista e camorrista, poliziotto e poliziotto, lumpen e lumpen. Ma perché allora tutti i
    romeni, tutti i rom, tutti i negri, tutti i napoletani, tutti i cinesi sono uguali? Certo, certo, di
    razzismo non si può parlare, lo sanno tutti che non tutti i commercianti milanesi sprangano a
    morte i ragazzini e alcuni camorristi stanno in giacca e cravatta in parlamento (dove
    abbiamo appreso che però soffrono di depressione). E forse ha perfino ragione il PD di
    Parma per il quale se sei poliziotti massacrano di botte un ragazzino appena uscito
    dall’oratorio non è razzismo ma il pericolo è che “rischia di essere danneggiata
    l’immagine della città” (quintuplo sic).

    E poi del resto che facciamo? Mandiamo l’esercito a Parma a difendere
    i ragazzini dell’oratorio dai vigili urbani?

    by www.gennarocarotenuto.it
    October 08

    Il problemino del capitalismo

    DI THOMAS WALKOM
    Toronto Star

    La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta.

    Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una
    storia molto vecchia.

    Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più recentemente il tycoon
    George Soros si è pronunciato su di ciò, e così ha fatto anche l’illustre Economist, una
    rivista finanziaria decisamente favorevole al libero mercato.

    Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È un sistema economico
    che può essere spietatamente produttivo. Ma è anche un sistema di meccanismi
    complicati—Marx le chiamava contraddizioni interne—che può sfuggire completamente
    al controllo. Cosa che regolarmente avviene.

    A seguire: "Lenin aveva predetto la situazione attuale?" da Information Clearing House.

    Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di problemi alla pelle, vide queste
    contraddizioni come opportunità: immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse
    portare a un mondo migliore.

    Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute estere durante la sua
    colazione mattutina base di tè e toast, li vide come problemi che avrebbero potuto
    distruggere un mondo che gli piaceva parecchio. La costruzione dello Stato sociale che
     porta il suo nome fu progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il
    capitalismo da se stesso.

    Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero crollare
     l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati per dare ai lavoratori un modo
    di partecipare allo status quo e vaccinarli contro la politica radicale.

    I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di tassazione e spesa, sapendo
    che, alla fine, e meglio dare da mangiare ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola.

    Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli anni 30,
    temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del comunismo.

    Per molto tempo ha funzionato.

    Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle incoerenze che
    sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove forze entrano in gioco.

    Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende statunitensi di prosperare
    nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest
    e il Giappone, da ultime la Cina e l’Unione Europea.

    In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzarti imbottiti dalle politiche di
    pieno impiego dello Stato sociale, chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che
    eccedeva i loro guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni 70, l’inflazione
    decollò.

    Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche rivoluzionarie rimosse
    la pressione dai datori di lavoro. Perché preoccuparsi di creare un grande compromesso
    con i propri lavoratori se questi non sono una minaccia?

    E così venne la fase della riduzione delle spese—la distruzione dello Stato sociale. In
     Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come Reaganomics. In entrambi i casi
    i leader si impegnarono per limitare il potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci
     riuscirono, la Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di volo
    sindacalizzati.

    Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di fatto, sotto Reagan, le
    finanze federali Usa spiraleggiarono verso il deficit.

    Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze all’interno della società. I tagli
    delle tasse di Reagan erano progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher
    si concentrò sullo stritolamento dei salari.

    In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa.

    Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo industriale. I ricchi diventarono
    più ricchi, la classe media rallentò e i poveri divennero più poveri.

    La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie finanziarie erette dopo
    la debacle degli anni 30. I particolari variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso:
    deregolamentare le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e concentrassero le
    loro tremende risorse in nuove e più profittevoli aree.

    Negli Usa una deregulation finanziaria portò a stralciare le leggi che avevano protetto i
    proprietari di piccoli depositi—cosa che portò nei tardi anni 80 al crollo delle cosiddette
     banche “savings and loans” [letteralmente di “risparmi e prestiti”, in pratica
    semplici casse di risparmio che fallirono a causa di politiche avventurose soprattutto
    nel mercato immobiliare. N.d.t.].

    A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del
    dopoguerra.

    In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che aveva mantenuto
    varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le una dalle altre. Sotto il nuovo regime,
    assicuratori, società fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono.
    Le restrizioni al prestito vennero attenuate.

    Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo industriale nel
    combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così fecero anche i guadagni tramite
    i normali canali di investimento. Gli investitori, alla ricerca di maggiori guadagni,
    iniziarono a cercare opzioni più rischiose e più remunerative.

    Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari. Molte famiglie si
    accontentavano di cose non troppo esotiche come i fondi comuni d’investimento.
    Ma per individui e aziende benestanti la nuova frontiera era molto più esotica: derivati,
     fondi speculativi [Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a
    replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia. N.d.t.],
    collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario garantito da crediti ed emesso da
    una società appositamente creata, a cui vengono cedute le attività poste a garanzia.
    Si veda Wikipedia. N.d.t.].

    Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva finanziaria: mettere
     poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci saremmo dovuti ricordare dall’esperienza
    degli anni 30, la leva funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad
     andar male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un intollerabile zavorra.
    [Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “Il Grande Crollo”, spiegano che il meccanismo
     della leva finanziaria funziona anche in negativo: i titoli e i beni con una forte leva
    scendono e portano al fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a
    bassa leva. N.d.t.].

    In fin dei conti le società private equity e i sottoscrittori dii mutui sub-prime stavano
    facendo praticamente la stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero
    potuti permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro acquistato
    sarebbe continuato a crescere di valore.

    Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E così è stato.
    [Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore, l’immigrato italiano negli USA Charles
    Ponzi, è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle
    vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa.
    Vedi Wikipedia. N.d.t.]

    Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il presidente della Federal
    Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua storia (egli è un’autorità sulla Depressione
    degli anni 30). Ma pochi altri se la ricordano.

    In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il proverbiale cervo
    abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro Stephen Harper insiste a dire che i
     fondamenti economici del paese sono buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente
    irrilevante nel contesto di un possibile crollo mondiale.

    I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della richiesta di salvare l’intero
    sistema capitalista globale. Proprio adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street.
    Ma nei loro cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare.

    Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema finanziario. Ma dopo che
    le persone comuni avranno pazientemente accumulato questi soldi, la loro ricompensa non
    sarà altro che un ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a
    riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa di più che la
    struttura economica della crisi.

    Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci hanno fatto smantellare
    negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro grande compromesso—non necessariamente
    lo stesso che ci diede lo Stato sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile do ut des.
    E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio capitalismo; vi lasceremo
    avere le grandi case e i grandi salari (anche se forse non tanto grandi quanto erano prima).
    Ma in cambio dovrete restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui
    abbiamo bisogno per vivere una vita civile. Né vi lasceremo distruggere tutto ciò che ci è
    caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo.

    E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato. Perché sappiamo, e lo
    sapete anche voi, che in momenti di forte pressione, il libero mercato non funziona.
    La crisi ce lo ha ricordato.

    Thomas Walkom scrive di politica economica. La sua colonna appare
     regolarmente il mercoledì e il sabato.

    © Copyright Toronto Star 1996-2008


    Titolo originale: "A Little Problem With Capitalism"

    Fonte: http://www.thestar.com
    Link
    29.08.2008

    Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

    VLADIMIR LENIN AVEVA PREDETTO LA SITUAZIONE ATTUALE?

    Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916

    L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo ha coperto
     il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle grandi potenze se non
    strappandosele le une alle altre e la concentrazione di capitale è cresciuta al punto
    in cui il capitale finanziario diventa dominante sul capitale industriale.

    Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo:

    1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente
     alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

    2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi,
    sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria
    ;

    3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;

    4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

    5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

    L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il
    dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato
    grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è
    già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.
    [Dal Capitolo VII].

    [L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra
    imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su
     mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un
    calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali
    di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto
    il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori
    vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati
    multinazionali N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che
    viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera
    qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione
    e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa.
    Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale
    socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della
    loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà
    di concorrenza completa alla socializzazione completa.

    Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi
    sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane
     intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma
    l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene
    resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.

    […]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di
    merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta
    l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle
    manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della
    produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere
    a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. [Dal Capitolo I]

    Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un
     numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre
    maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo,
    che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare
    la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui
    borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere
    che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo:
    tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o
    minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce
    assai più rapidamente di prima sennonché tale incremento non solo diviene in
    generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente
    nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...]
    [Dal Capitolo X]

    Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.

    Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio,
    originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo, della
    produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo
    con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera
     la tendenza alla stasi e alla putrefazione.

    Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di
    produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza
     alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal
    canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per
    determinati periodi di tempo.

    Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente
    situate, agisce nello stesso senso.

    Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido,
    che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue,
    inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone
    che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per
    professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici
    dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla
    produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello
    sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano

    Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe
    lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche
    tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine
     del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo,
    cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale,
    apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni,
    sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio
    con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a
    Marx il 7 ottobre 1858:

    "... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa
     nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere
    un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che
    sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile".

    Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881 egli parla delle
    "peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti
     alla borghesia o per lo meno pagati da essa".

    In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:

    "Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene:
    precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui
    alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai
    si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale
    dell'Inghilterra sul mondo"

    Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della “Situazione
    della classe operaia in Inghilterra” . La situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di
    condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità
    dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio.
    L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema
    dominante, i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e
    nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo dell'indiviso
    monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze
    imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio
    del XX secolo. In nessun paese l'opportunismo può più restare completamente
    vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per
    l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi
    l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto
    l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese.
    [Dal Capitolo VIII]

    Titolo originale: "Did Vladimir Lenin Predict The Banking Disaster Of 2008? "

    Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
    Link
    October 07

    La sai quella dell'italiano, dell'americano e del giapponese??

    Chi ha vinto il premio Nobel per la Fisica? Due giapponesi e un “americano” si rimpallano i
     TG e i GR. E chi è l’americano? Avanti, dalla foto si capisce benissimo. E Yoichiro Nambu,
     tipico nome e faccia da WASP! Dove vuole arrivare quel rompipalle di Carotenuto? Ma a
    che non più tardi di un anno fa, quando Mario Capecchi, che è molto meno italiano di quanto
    Yoichiro Nambu è giapponese, vinse il premio Nobel per la medicina, gli stessi TG e GR si
    rimpallavano la notizia che un “italiano” avesse vinto il Nobel. Delle due l’una:
    o pure Capecchi è “americano”, oppure anche Nambu è giapponese.
    ( http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Cunitalianounamericanoeungiapponese_B9BA/este_667532_15020.jpg )

    E’ evidente che nelle redazioni una considerazione così elementare può solo causare fastidio.

    Se Capecchi è “americano” non c’è notizia e se Nambu è giapponese ancora meno. E poi

    studiano cose complicatissime che non li vorrebbero mai all’Isola dei famosi.

    Giusto per ricordarlo: l’ “italiano” Capecchi nacque come cittadino di serie B nell’Italia delle

    leggi razziali. Morto il padre, deportata a Dachau la madre, visse in strada fino agli otto anni

    quando attraverso una serie di situazioni straordinarie riuscì prima a ricongiungersi con la

    madre e da lì ad andare negli Stati Uniti dove divenne uno straordinario genetista, disciplina

    che nell’Italia attuale non sarebbe libero di coltivare.

    Giusto per continuare a rompere le scatole. Non ho mai ben capito perché gli italiani fanno

    propri gli emigrati solo quando gli conviene. Perché Capecchi sì e Al Capone no? Chissà

    come si comportano i giapponesi…

    by www.gennarocarotenuto.it


    October 06

    PER L’AUTOGESTIONE DELLE PROPRIE VITE - PER LA RIVOLUZIONE SOCIALE

    Questo è il testo del volantino distribuito dallo spezzone anarchico libertario presente al corteo del 30 settembre per il 31° anniversario dell’uccisione di Walter Rossi

    CONTRO OGNI OMOLOGAZIONE - CONTRO OGNI AUTORITARISMO

    Partecipare al corteo del 31° anniversario dall’uccisione di Walter
    Rossi per noi non è solo la commemorazione di un compagno ucciso
    per mano fascista, ma è un momento per analizzare la situazione
    attuale cercando di trovare delle risposte efficaci. Se rivolgiamo
    lo sguardo verso il passato vogliamo ricordare che in questi luoghi
    ci sono stati momenti importanti per la vita del movimento rivoluzionario
    romano fin dalla sua nascita. Non dimentichiamo che i primi gruppi
    anarchici romani facenti riferimento alla Prima Internazionale si
    formarono qui vicino, tra i fornaciari di Valle Aurelia, come non
    è da dimenticare che nelle strade del quartiere Trionfale agì uno
    dei nuclei principali degli Arditi del Popolo, la prima organizzazione
    di reazione alle violenze squadristiche dei Fasci di Combattimento,
    supportata dagli anarchici e dalla base dei partiti comunista e socialista.
    Un quartiere che anche durante la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 ha
    impedito ai fascisti di entrare e che, nel palazzo che sovrasta
    Piazzale degli Eroi, ha ospitato negli ultimi anni di vita l’anarchico
    Errico Malatesta, “apostolo della libertà” morto nel 1932, come recita
    la lapide in loco.
    Partendo da questa breve e certo non esaustiva panoramica delle lotte che
    hanno animato le strade del Trionfale, la situazione oggi appare completamente
    diversa; nonostante ciò non rinunciamo alla nostra prospettiva rivoluzionaria.
    Aspiriamo a creare rapporti sociali basati sul mutuo appoggio, tendenti ad
    una società egualitaria ed orizzontale, dove stato, esercito, famiglia,
    religione, galere, scuola, lavoro, denaro e tutte le istituzioni coercitive
    siano distrutte, ovvero in una direzione completamente opposta a quella
    verso cui ci si sta muovendo. Viviamo in una società sempre più atomizzata,
    in cui si sono rotti quei legami che anni di lotte (ma anche le normali
    modalità di vita popolare di quartiere) avevano creato, una società basata
    sullo spettacolo e sul controllo, in cui da tempo si è insediata la dittatura
    tecnologica, ogni senso di solidarietà è in via di estinzione, la competizione
    e la guerra tra poveri sono la regola, il diverso è messo al bando e la
    deriva autoritaria appare sempre più generalizzata.
    Il tutto nella cornice della tanto sbandierata democrazia, alla quale ormai
    si appella anche ampia parte dell’ex arcipelago rivoluzionario. L’odierno
    sistema democratico, con le sue innumerevoli gabbie, si regge sulla paura
    individuale e collettiva e sul ricatto lavorativo, dispone ad accettare ogni
    vessazione pur di difendere il “privilegio” di possedere quelle rate, mutui
    e prestiti con cui la società capitalista tiene a galla i suoi ritmi di consumo.
    Nel terrore di perdere le briciole di una vita di fatica, è facile convincersi
    che i veri nemici siano i barbari che di volta in volta si presentano ai
    confini del “fortino Europa”.
    E per difendere un fortino, cosa è meglio di un esercito? Ormai non fa più
    scandalo vederlo in azione, e qualsiasi opposizione politica e sociale appare
    assopita. Ci hanno ormai abituato all’esercito professionista che nel nome
    della pace e della patria viene impiegato in interventi “umanitari”, in
    realtà coperture per le operazioni armate di controllo geopolitico delle
    materie prime e delle vie di rifornimento, vedi Iraq ed Afghanistan.
    Il consenso generale, pianificato negli anni e mesi precedenti e costruito
    con l’apporto fondamentale dei giornalisti, è sfruttato oggi per propagandare
    la necessità dei militari armati anche nelle nostre città, volendo convincerci
    che le migliaia di nuovi sicari armati in strada aumentino la nostra “sicurezza”.
    Tutta questa propaganda della paura ha creato le condizioni per far
    sedimentare e crescere nelle periferie metropolitane di gruppi razzisti
    e fascisti che si ergono paladini della storia cristiana europea, gruppi
    non necessariamente politici in senso formale, ma più simili a bande di
    quartiere. A questa situazione vanno date risposte individuali e
    collettive col fine di smascherare la grandi menzogne della destra
    cosiddetta sociale, consapevoli di quanto ogni connessione con il
    potere e il piagnisteo democratico diano più argomenti a chi sfodera
    una retorica identitaria vuota e semplicistica, vendendo per ribellismo
    ciò che è in realtà la difesa servile dello stato di cose attuali.
    Tornare a rispondere colpo su colpo a qualsiasi attacco, sia in maniera
    militante che sotto l’aspetto “culturale”, senza richiami alla tutela
    del diritto ma con l’azione diretta dagli indelebili contenuti rivoluzionari
    e antistatali, è il minimo per respingere l’avanzata del pensiero totalitario.

    CONTRO OGNI FASCISMO

    PER L’AUTOGESTIONE DELLE PROPRIE VITE - PER LA RIVOLUZIONE SOCIALE

    ANARCHICI
    October 03

    Parma: presidio sabato 4 ottobre

    Le associazioni e le organizzazioni antirazziste di Parma, riunitesi ieri
    sera c/o la Casa Cantoniera in un'Assemblea contro il Razzismo e la "carta
    di Parma",
    invitano tutti gli abitani di Parma al presidio convocato per domani,
    sabato 4 ottobre, alle ore 15.30 in Piazza Garibaldi, in solidarietà a
    Emmanuel, contro il razzismo e contro la cosìddetta "carta dei sindaci per
    la sicurezza" siglata proprio a Parma.

    La faccia che questa città ha voluto darsi è quella di città sicura, un
    modello nazionale
    adorno di decreti, nuovi poteri alla polizia, ordinanze, telecamere e
    persino elicotteri e unità
    cinofile. Questa faccia si specchia però nella cruda, grottesca realtà di
    questa vicenda.
    Non un semplice abuso di poteri. Non semplici mele marce. Ma un sistema
    Parma che
    ha coltivato con cura la paura dell'altro, che inscena fantomatiche cacce
    alle streghe, fino a legittimare atti di violenza inaudita a danno di
    coloro che di sicurezza,
    quella vera e sostanziale, ne sono già privati dalla precarietà, dalla
    crisi economica e da
    leggi discriminanti.
    Da anni il Comune lavora "per un'estensione dei poteri" alla Polizia
    Municipale, promuovendo una loro presenza sempre pià costante e operativa
    in città, e da anni alcuni Vigili Urbani sono protagonisti in negativo di
    sgomberi, pestaggi e intimidazioni.

    Per questi motivi sabato pomeriggio chiederemo le dimissioni del Sindaco
    Vignali, dell'Assessore alla sicurezza Monteverdi e del Comandante dei
    Vigili Urbani Monguidi, oltre ovviamente a quelle degli agenti coinvolti
    nella vicenda.

    Assemblea contro il razzismo e la carta di Parma.

    _______
    http://www.parmantifascista.org
    parmantifascista@autistici
    October 02

    Verona: Flavio Tosi, la svastica sì, la bandiera della pace dei missionari no!

    La notizia arriva da Unimondo, ed è un segnale grave del salto di qualità nella distruzione
    delle libertà civili in un paese governato dal Partito delle Libertà. A Verona il sindaco Flavio
    Tosi (quello che aveva imposto un neonazista all’Istituto storico della Resistenza) ha proibito
    ai missionari comboniani di esporre la bandiera della pace.

    Nel leggere notizie così stupidamente gravi si viene assaliti da una vertigine. Nell’illusione

    della democrazia rappresentativa staremmo accettando supinamente lo svuotamento e

    la distruzione della stessa? C’è più analfabetismo democratico nel sindaco di Verona Flavio

    Tosi e di chi l’ha votato nel conculcare il diritto civile di esporre un simbolo di pace, o c’è

    più una cosciente politica dello strappo, del fatto compiuto nella costruzione di un regime illiberale? (gc)

    Verona: no del Comune alla bandiera della pace dei missionari

    “Dispotica e ridicola”: così la ‘Carovana missionaria della pace‘ definisce l’amministrazione

    comunale di Verona che dopo mesi di tergiversamenti nei giorni scorsi ha concesso alcuni

    spazi cittadini alla manifestazione promossa dalle realtà missionarie nazionali, ma con il

    vincolo di omettere l’esposizione della bandiera della pace, perché - secondo

    l’amministratore del sindaco Tosi - “in questi anni è stata trasformata nel simbolo

    dell’estrema sinistra”. A denunciare la vicenda è il sito di ‘Nigrizia’, la rivista dei missionari

    comboniani tra i promototi della carovana.
    “Colto da una repentina smania di igiene totale e di pensiero unico, l’esecutivo scaligero

    ha deciso di fare la guerra, oltre che ai poveri e agli ultimi, anche alla bandiera della pace.

    Per questa giunta, infatti, una manifestazione pacifista si può fare a Verona solo se non si

    sventolano i colori dell’arcobaleno” - scrive Gianni Ballarini della redazione di ‘Nigrizia’.
    Nella dettagliata ricostruzione della vicenda, Ballarini spiega che dopo tre mesi di

    tergiversamenti, il 17 settembre scorso la giunta comunale scaligera ha risposto alla

    richiesta dei missionari di utilizzare una piazze e una sala pubblica della città per la

    manifestazione - programmata a Verona per 28 settembre negando il permesso di

    poter usufruire dei due spazi pubblici. La decisione rimessa in discussione due giorni

    dopo, quando l’assessore all’Edilizia e al Turismo Vittorio Di Dio ha comunicato per

    lettea protocollata agli organizzatori il ripensamento della giunta, ma “con il vincolo di

    omettere qualsivoglia riferimento partitico e di esporre unicamente bandiere istituzionali”.

    Tra queste appunto la “bandiera della pace” perché - come lo stesso assessore Di Dio

    ha comunicato telefonicamente al direttore del Centro missionario diocesano (Cdm),

    don Giuseppe Pizzoli - sarebbe stata “trasformata in questi anni nel simbolo

    dell’estrema sinistra”.
    A nulla è valsa la lettera di risposta di don Giuseppe Pizzoli all’assessore nella

    quale, dopo aver evidenziatoche che la Carovana “è un’iniziativa di natura

    ecclesiale e quindi libera da qualsiasi partecipazione partitica” precisa che la

    bandiera arcobaleno “è stata usata già negli anni ‘80 dal movimento ‘Beati i

    costruttori di pace in quanto richiamo all’arcobaleno biblico, ponte di pace fra Dio e

    l’umanità, ed è poi venuta ad avere un significato particolarmente forte all’inizio di

    questa decade con la campagna ‘Pace da tutti i balconi’ richiamando ancora una

    volta un ponte tra il Dio della Pace e tutti “gli uomini di buona volontà” (ricordando

    il canto degli angeli a Betlemme)”. “Il fatto che questo simbolo sia anche stato

    abusivamente assunto da una parte politica con quella che potrebbe essere

    considerata una appropriazione indebita, ci rammarica - specifica don Giuseppe

    Pizzoli - ma non ci toglie il diritto di continuare a considerare e ad usare la bandiera

    ‘della pace’ come il simbolo e l’espressione propria del nostro movimento ecclesiale

    in favore della pace, dono di Dio per gli uomini e per tutti i popoli”. Dopo aver ribadito

    di trovare inaccettabile il vincolo posto, il direttore del Cmd ha chiuso la lettera

    annunciando a Di Dio di rinunciare alle richieste fatte: “Preferiamo mantenere la

    nostra libertà e autonomia a svolgere le nostre manifestazioni in ambienti ecclesiali”.
    Iniziata nell’anno del Giubileo del 2000 con una manifestazione a Verona per sottolineare

    il ‘Giubileo degli oppressi’, la ‘Carovana missionaria della pace‘ è promossa dagli Istituti

    Missionari nazionali e dai Centri Missionari Diocesani, con il sostegno del Segretariato

    Unitario di Animazione Missionaria.
    Lo slogan quest’anno è “Liberare la Parola”, cioè - soprattutto per i cristiani - “saper di

    nuovo ascoltare e diffondere lo scandalo della Buona Notizia del Vangelo” - spiegano i

    promotori. “La scelta dell’itineranza, poi, dà modo di andare incontro all’altro, vincendo

    le abitudini, esponendosi all’autocritica, superando il rischio dell’immobilismo e della

    rassegnazione. L’itineranza ci induce a misurare le distanze tra le diverse culture e

    condizioni sociali, e a mettere meglio a fuoco parole come legalità, rifiuti, acqua, territorio,

    immigrazione, cittadinanza, memoria”.
    La Carovana quest’anno inizia oggi e muove da tre diverse aree geografiche del Paese:

    Sud (Puglia, Campania, Calabria, Sicilia) - Centro (Toscana, Lazio) - Nord (Friuli Venezia

    Giulia, Veneto, Lombardia) per ricongiungersi a Roma il 4 e 5 ottobre, con l’evento

    conclusivo della Celebrazione Eucaristica all’Abbazia delle Tre Fontane. Tre i temi principali

    che saranno affrontati:l’acqua come diritto, il controllo del commercio di armi

    el’immigrato come persona. Al riguardo la Carovana rilancia la lettera della ‘Commissione

    Giustizia, Pace e integrità del Creato della Conferenza degli Istituti Missionari Italiani’

    che esprime il “dissenso nei confronti di ogni criminalizzazione dei migranti. Sostiene

    l’abbandono di ogni forma di discriminazione e il ritorno alla solidarietà e alla accoglienza

    come valori fondanti la nostra società”. [GB]

    Fonte: http://www.unimondo.org/article/view/159548/1/

    October 01

    ROMA SPEZZONE ANARCHICO-LIBERTARIO AL CORTEO DEL 30/09‏


    Da: torremaura@libero.it <torremaura@libero.it>

    Il 30 settembre 2008 parteciperemo al corteo per l’anniversario della morte
    di Walter Rossi, militante di Lotta Continua ucciso nel 1977 dai missini
    coperti dall'’apparato poliziesco dello Stato.

    Lontani da ogni intento commemorativo, abbiamo scelto di formare uno spezzone
    autogestito insieme alle situazioni e agli individui antiautoritari a noi
    più affini, anche se all'’interno di una manifestazione cittadina costruita
    con realtà politiche del “movimento” con cui pur continuiamo a riscontrare
    differenze di analisi, metodi, tensioni.

    Non andiamo nel quartiere Prati per dimostrare “l'’agibilità” di una zona
    che non appartiene alla nostra quotidianità, né solo per reazione al vile
    agguato del 29 agosto che ha ferito compagni e situazioni che sentiamo
    molto vicini. In questo momento vogliamo portare in piazza i nostri contenuti
    e la nostra avversione ad ogni autorità e a logiche e forme di opposizione
    spesso appiattite sulle parole d’'ordine dettate dai bisogni spettacolari
    dello stesso sistema che si pensa di combattere.

    Le bande neofasciste continuano, fedeli e servili, a recitare il ruolo
    che gli è stato assegnato dallo stato: creare allarme sociale e guerre
    tra i deboli, mentre i media assolvono il compito di seminare terrore,
    il capitalismo povertà e guerra, la magistratura la galera.
    La strategia della sicurezza di oggi non è una “svolta” né una “deriva
    autoritaria” del regime democratico repubblicano, che storicamente si
    fonda sul controllo e la repressione dei sudditi rinominati cittadini,
    ma una mossa per tentare di nascondere l’'incapacità di gestire
    l’'ingestibile continuando a difendere i privilegi di pochi.
    La nostra mossa preferita è rovesciare la loro scacchiera!
    Padroni di nulla pedoni di nessuno.

    Torre Maura Occupata settembre 2008
    September 29

    Divide et impera?


    In merito ai fatti del 1 settembre scorso di fronte al III lotto della
    discarica Ecolevante a Grottaglie, e alla ripresa delle attività contro
    la stessa che ne è seguita.

    È EVIDENTE che esistono grandissime differenze di visione politica tra i
    diversi soggetti che negli ultimi anni hanno agito con modalità e linguaggi
    diversi per sensibilizzare le Comunità Locali attorno all'enorme problema
    del degrado del territorio, e in particolare attorno alla mostruosa discarica
    per rifiuti speciali di Grottaglie.
    Abbiamo visto soggetti di orientamento più legalista e istituzionale
    attivi su un poderoso e preziosissimo lavoro di documentazione, denuncia,
    estenuanti iter burocratici che hanno fatto emergere tutto il nascosto delle
    procedure di progettazione, autorizzazione, realizzazione e gestione di questo
    ecomostro. E abbiamo visto soggetti più propensi ad una esposizione diretta
    e ad una testimonianza fisica costante sul sito stesso, vivere giorno e notte
    nel ventre della bestia. Altri soggetti sono comparsi con gran strepito
    di fuochi d'artificio e poi più nulla si è sentito... Ricordiamoci che
    l'inverno scorso eravamo tutti insieme in strada a Grottaglie.
    Si sono dunque manifestate almeno due anime contro la pericolosissima
    creatura voluta da Settani, Bagnardi & C. Una più democraticista, che
    crede nel funzionamento di questo “sistema” e nella necessità di
    ripararne i gravi difetti e rimuoverne le numerose “mele marce” - un
    esempio ne è il Comitato “Vigiliamo per la discarica”. Un'altra che non
    crede affatto a questo “sistema”, lo considera intrinsecamente altro
    rispetto ai bisogni delle persone e cerca nuove forme di democrazia
    diretta anche indipendentemente dalle procedure istituzionali – presente
    nel “Presidio Permanente” pur non essendone l'unica componente
    all'interno. NOI COME URUPIA siamo parte di questa seconda anima, e
    al tempo stesso riconosciamo l'immenso valore del lavoro svolto da
    chi ha iniziato questa lotta anni fa, arrivando a creare il caso
    storico della Legge di Iniziativa Popolare. Sappiamo che entrambe
    queste anime condividono l'idea della assoluta improponibilità della
    attuale classe politica nel suo insieme, della disumana dittatura
    della speculazione e del massimo profitto immediato, e del
    disinteresse sostanziale di entrambi ai disagi innumerevoli che
    continuano a produrre.
    Questo potere è troppo grosso, e non bastano certo da sole azioni
    dimostrative e di protesta, né le maratone procedurali e amministrative.
    Serve tutto! E anche di più!!
    A tutti questo potere, ricco di strumenti di pressione e di
    repressione, di contorcimenti normativi, fa paura. Se questo è il
    problema, la Paura, allora parliamone, serenamente, apertamente:
    cerchiamo di capire come vincere il muro di gomma, l'inerzia causata
    da questa paura nella maggior parte delle persone. Non nascondiamoci
    dietro a schermaglie sulle reciproche forme di protesta, dissenso,
    proposta. Spezziamo il gioco eterno del Divide et Impera che sembra
    si sia di nuovo innescato.

    Queste problematiche sono le stesse che da tempo in tutta Italia
    si vivono le diverse realtà in lotta contro gli innumerevoli ecomostri
    realizzati, in costruzione o in progetto. Crediamo necessario
    stringere più fortemente i contatti nel Patto di Mutuo Soccorso.
    Al Presidio Permanente abbiamo visto in atto una vera seppur ancora
    piccola esperienza di partecipazione aperta e diretta di quanti di
    volta in volta si avvicinavano, anche per la prima volta o da poco
    tempo. E questo tipo di spirito lo accomuna a molte delle altre
    esperienze citate, quantomeno a quelle che hanno maturato la
    consapevolezza della necessità di nuove forme di democrazia diretta
    e di gestione partecipata delle risorse.
    Quello della legalità o dell'illegalità dietro alla realizzazione
    del III lotto non è per noi il problema principale: è giusto
    sottolinearlo per evidenziare l'intrinseca natura mafiosa della
    collusione tra un concetto aberrante di “impresa” e la realtà
    dittatoriale della politica della delega. Siamo convinti che solo
    l'azione delle persone possa fermare tutto ciò. Azione che deve
    comprendere sia il cercare di imporre alle istituzioni altre regole
    (magari all'inizio più realisticamente proporre), sia l'esporsi in
    prima persona per cercare di bloccare fisicamente l'attività della
    discarica (magari all'inizio più modestamente ostacolare).
    Dobbiamo essere tutti consapevoli che non è possibile agire, in
    nessun senso, senza esporsi a qualche tipo di ritorsione. Dovremo
    tutti coltivare la difficile arte dell'astuzia, del coraggio e
    della razionalità collettive. Dovremo imparare a non distogliere
    l'attenzione dai nostri veri nemici: Settani, Bagnardi & C.
    La misura della loro determinazione ad andare avanti: circa 150 € a
    metro cubo ciò che pagano le imprese alle discariche per seppellire
    i rifiuti pericolosi, da moltiplicare per i 2'200'000 metri cubi
    del terzo lotto, quelli dei primi due lotti, quelli di un futuro
    quarto lotto, più tutti gli ampliamenti che ci saranno, più eventuali
    “extra” derivanti dall'impossibilità di controllare tutto ciò che
    di volta in volta viene sversato...
    Il poliziotto o il carabiniere è uno spauracchio messo lì non
    solo per reprimere, ma così facendo per cercare di catalizzare
    verso di lui un astio collettivo, per divenire lui bersaglio non
    solo di una lucida indignazione ma anche di una emotività collettiva,
    facilmente manipolabile. L'agente di pubblica sicurezza in questa
    battaglia, non lo consideriamo più avversario e non più pericoloso
    del cittadino rassegnato o consenziente alla devastazione del
    territorio, o del camionista che trasporta carichi velenosi per
    un tozzo di pane... Nostra avversaria è la rassegnazione – vestita
    o meno con una divisa – e la nostra rivoluzione culturale e morale
    è precisamente la lotta, inevitabilmente lenta, forse infinita,
    contro questa rassegnazione. E pure nell'immediato che già
    compromette il futuro, c'è il danno tangibile provocato dai nemici
    sopra citati, la guerra che hanno dichiarato alle persone, al
    territorio e al futuro, la necessità di nostre proposte e risposte ora.
    Una denuncia penale e il venire portati via non sono i rischi peggiori
    per nessuno in questa partita...

    Non c'è una alternativa al pensiero unico dominante – quello della
    massimizzazione del profitto immediato e della società del controllo
    totale, il tutto a pesante pregiudizio del Futuro. Il mondo è bello
    finché è vario. Le alternative possibili e sperimentabili sono tante,
    perché tante sono le persone, le sensibilità, le predisposizioni,
    le paure. Tantissimi possono e devono essere i percorsi e gli
    strumenti – secondo le forze e le fragilità di ogni persona – che
    concorrano a una lunga e lenta rivoluzione culturale e morale che
    mini le basi stesse dell'attuale pensiero dominante. Sta a tutti noi
    gestire questo dato di fatto come nostro potenziale punto di forza,
    o lasciare che venga usato come potenziale debolezza interna di
    tutta quella società che ancora non vuole rassegnarsi al pensiero unico.
    A noi tutti la scelta tra costruire percorsi di collaborazione tra
    le diverse inclinazioni e orientamenti volte alla salvaguardia del
    territorio e delle generazioni future, e il rassegnarsi ancora
    ad una presunta incomunicabilità tra le stesse.

    INFINE TRE PROPOSTE:
    –Un appuntamento ad Urupia domenica 19 ottobre prossimo – giorno
    della nostra Festa di Fine Vendemmia – con tutte le realtà in lotta
    contro il III lotto, per chiarire apertamente le reciproche differenze
    ed elaborare strategie di lotta ora che il gioco si fa ancora più
    pesante e pericoloso;
    –Una Campagna di boicottaggio da promuovere presso le
    Cittadinanze, di tutto quanto sponsorizzato o comunque finanziato
    da Ecolevante sul territorio (ad esempio invitare a non andare
    alle partite di calcio del Grottaglie);
    –Una Campagna di non-partecipazione da promuovere presso
    artisti di strada o operatori culturali in genere, alle
    iniziative organizzate e finanziate dal Comune di Grottaglie
    (specie sotto le feste principali).

    La Comune Urupia
    c.da Cistonaro/c.da Petrosa
    Francavilla F.na (BR)

    Settembre 2008
    September 26

    Della Legge Gozzini, dei suoi critici, dei suoi difensori‏

    La bandiera della sicurezza, che tutti i partiti dentro e fuori il 
    parlamento sventolano, rammenta, a coloro che trovano ancora piacere
    nel riflettere e non si sono rassegnati alla contemplazione pensosa del
    nulla che inghiotte infaticabilmente ogni umana vicenda, il noto
    paradosso della protezione su cui prosperano dai tempi più lontani le
    mafie grandi e piccole.
    Immaginiamoci un dialogo tra due individui:
    "Buongiorno, sono venuto a proporle la mia protezione. Lei, in cambio di
    questo mio servizio, mi corrisponderà...”
    "Mi scusi se la interrompo, ma io non ho mai avuto bisogno di
    protezione, e poi da chi dovreste proteggermi? E come fareste a
    difendermi?".
    "Non ha capito. È da me che lei si deve proteggere. Ed è per questo che
    la mia protezione è affidabile: perché sono insieme la minaccia e la
    difesa.”
    In realtà, non è neppure vero che la mafia protegge, perché, una volta
    che si disveli, pagando, di essere indifesi e incapaci di farsi valere,
    a che pro consegnare la merce promessa? In ogni caso non ci si trova
    più nella condizione di reagire.
    Allo stesso identico modo si conducono i governi che, in quanto garanti
    del presente stato di cose, stanno all'origine della radicale
    insicurezza in cui languono i singoli e le loro deprimenti
    aggregazioni, mentre si presentano come unico possibile usbergo contro
    questa stessa insicurezza. Il poliziotto - che del governo è la
    proiezione quotidiana sul territorio - mentre ti minaccia realmente, ti
    rassicura idealmente: a condizione beninteso, che tu sia completamente
    alienato, separato dalla tua attività e separato e contrapposto
    rispetto a chi ti sta a fianco e condivide la tua sciagurata
    condizione. Ma è davvero difficile sfuggire a una tale alienazione, dal
    momento che ciascuno è costretto a concentrarsi forsennatamente sugli
    affari propri, minacciati dall'inflazione, dalla precarietà, dagli
    adempimenti, dalle tasse, dalla disoccupazione; nello stesso tempo è
    scoraggiato in qualunque forma di presenza politica, o anche solo di
    riflessione sulla propria condizione; è posto in concorrenza con tutti
    coloro che incontra, siano essi colleghi, datori di lavoro, dipendenti,
    vicini, parenti, sconosciuti, stranieri; è obbligato a misurare e ad
    essere misurato utilizzando un equivalente onnipotente, il danaro, di
    cui dispone in misura infinitesima, stretto fra debiti certi e
    inesorabili e crediti modesti, incerti e malsicuri; si ritrova
    sprovvisto di qualunque identità collettiva, e minacciato nelle basi
    della propria stessa identità personale, dal momento che il passato
    viene sempre più spesso rimaneggiato e reso nebuloso, e il futuro si
    prospetta come un accumulo di sole minacce.
    Il risultato è quello di una crescente affezione dell'infelice cittadino
    per il proprio aguzzino, che in sostanza rimane l'ultimo e l'unico ad
    interessarsi di lui. In quali condizioni può versare qualcuno cui il
    postino recapita solo multe, e che per strada viene fermato unicamente
    dai vigili, e la cui identità interessa solamente i carabinieri dei
    posti di blocco?
    La più banale osservazione psicologica ci indica come i bambini
    maltrattati si affidino fra i due genitori preferibilmente a quello che
    li maltratta piuttosto che a quello che permette che siano maltrattati.
    Nessuno dei due vuole loro bene, ma uno dà segno di riconoscerli,
    l'altro neppure quello. La condizione del proletario che è sempre stato
    maltrattato, va divenendo sempre più quella di un minorenne: sradicato
    dalla comunità nella quale egli poteva trovare calore e al tempo stesso
    conquistare visibilità e prestigio, costretto a confrontarsi con un
    mondo di cui gli sfuggono sia i fondamenti sia soprattutto gli
    strumenti (per una competizione su base mondiale, risultano tutti,
    anche i non poverissimi, comunque del tutto inadeguati: il prezzo del
    vivere è praticamente troppo caro per tutti, un'esperienza, questa, che
    nel passato si associava quasi soltanto ai periodi delle grandi guerre,
    periodi nei quali si era disposti a qualunque sacrificio, meglio se
    altrui, per pervenire alla pace).
    Di conseguenza, occorre riconoscere che l'insicurezza è una condizione
    effettivamente diffusa e fondata, specie fra quei ceti condannati al
    quantitativo che fanno la fortuna degli empori e dei partiti di massa.
    D'altronde, già sessant'anni fa Umberto Saba in "Scorciatoie e
    Raccontini" osservava che i vecchi avvertono più intensamente la paura
    dei ladri, perché ciò che temono davvero è la visita della morte, che
    ruberà loro la vita. In
    una società incanutita e rimbambita come la presente, in cui la vita è
    stata già rubata alla fonte, senza mai essere stata davvero concessa
    alla maggioranza dei nostri contemporanei, è quasi inevitabile che ci
    si aggrappi ai propri possessi, che sono la sola verosimile allusione
    all'esistenza in vita del possessore.
    Chi deruba, calpesta il proprietario, calpestando la sola parte di esso
    destinata a sopravvivergli, lo deruba dell'anima, sfida l'unica fede
    superstite, quella nell'economia del sacrificio.
    Il punto è che tutti gli interventi in nome della sicurezza, quegli
    stessi interventi che gli spossessati reclamano senza posa, aumentano e
    non riducono l'insicurezza degli spossessati medesimi. Ma
    parallelamente aumentano la devozione canina e abietta per i potenti,
    per i vincitori, per i decisionisti, e l'odio per chi diffonde il
    dubbio, per chi svela i miserabili arcani, per chi dileggia gli idoli,
    per chi pone senza infingimenti gli individui di fronte alla loro
    condizione disprezzabile, per chi rammenta che l'unica possibile
    salvezza ciascuno la può determinare solo partendo dalle proprie forze.
    Per conseguenza la recente proposta di mutilare la Legge Gozzini, non è
    una contraddizione ma una parte coerente del disegno di alienazione
    perfetta ad opera del totalitarismo democratico rappresentato oggi in
    Italia dalla coalizione condotta dall'ignobile Berlusconi (in maniera
    non dissimile ma molto più conseguente degli ipocriti che lo hanno
    preceduto, i quali meglio si accomodano nel ruolo di prefiche lagnose
    ed impotenti).
    L'aggravamento delle condizioni di detenzione contemplato dai critici
    della Legge Gozzini corrisponde infatti a diversi obiettivi, fra loro
    convergenti: innanzi tutto, brutalmente rendere più aggressiva la voce
    dello stato, in sostanza bastonare qualcuno semplicemente per far
    roteare il bastone sotto gli occhi di tutti; in secondo luogo,
    sottolineare il concetto, fondamentale in tutti i periodi di stretta
    autoritaria, dell'esistenza di uno specifico strato sociale votato al
    delitto, verso cui nessuna vessazione sarà mai eccessiva, diverso e
    separato, rispetto alla popolazione comune, e soprattutto rispetto allo
    strato dei governanti, che - trovandosi agli antipodi sociali di
    quello - va per definizione riconosciuto come composto da membri
    stimatissimi della comunità, nei confronti dei quali qualsiasi indagine
    non può che essere frutto di maligni preconcetti; in terzo luogo,
    indicare l'abisso sul cui ciglio si situano tutti coloro che si trovano
    in mezzo, ciglio cui si avvicinano ogni qual volta allentano
    l'abbraccio con i governanti (e qui si spiegano tutte le trasgressioni
    inventate dal codice a proposito di condotte di uso corrente, quali il
    consumo di droghe, l'inosservanza al codice della strada,
    l'inosservanza del copyright, l'evasione fiscale).
    Si tratta in pratica di un'estensione del concetto di "tolleranza zero"
    e del concetto equivalente ad esso sotteso di "sudditanza infinita".
    Ancora una volta il carcere si conferma come paradigma estremo della
    condizione del suddito sociale: la salvezza viene additata come
    conseguibile unicamente tramite un'adesione quasi fisica alla fonte
    della legge, ai vertici; la relazione con tali vertici
    è "personalizzata", gestita in solitudine totale e non è davvero un
    caso che il sindacato degli industriali proponga di pervenire a quella
    contrattazione individuale che è l'apoteosi della società senza classi,
    in cui ciascuno è richiamato a giocare "sul mercato" alla pari, senza
    riguardo al dettaglio che, da una parte, si paga con una frazione delle
    vincite accumulate nelle precedenti partite, dall'altra con la totalità
    del proprio tempo, quel tempo che è l'unico possesso di chi non
    possiede nulla. D'altronde è proprio l'ormai compiuta colonizzazione
    del tempo ad opera del sistema delle merci e delle leggi, che ha
    diffuso come una lebbra l'ossessione di salvaguardare il proprio
    spazio, quello spazio che del tempo è da sempre il cascame meschino, il
    surrogato destinato alle personalità servili.
    Precisamente come si è operato da tempo negli Stati uniti, alla fase del
    trattamento personalizzato, delle commissioni di verifica periodica del
    comportamento (commissioni dal cui cospetto era impossibile uscire
    altrimenti che in ginocchio, come bene illustrava George Jackson), va
    subentrando la riedizione aggiornata del "delinquente per indole e per
    tendenza" tipico della prima metà del Novecento, o addirittura di
    quelle "classi pericolose" che, con la propria semplice esistenza
    testarda e nullafacente, avevano minacciato il nascente capitalismo, al
    tempo delle grandi deportazioni dei mendicanti, dei bracconieri, delle
    prostitute, dei vagabondi, degli oziosi. E un contraltare perfetto alla
    cessazione dell'automaticità dei benefici della Gozzini, possiamo
    ammirarlo nella scelta (peraltro mirabilmente bipartisan)
    dell'introduzione dell'ergastolo automatico per chi uccide qualche
    appartenente al livello più intenso della domesticazione, quello che ti
    concede il diritto a circolare armato con indosso le insegne della
    vergogna nazionale.
    Detto questo, notiamo quanto sia inutile e finanche indisponente la
    circolazione di taluni appelli che mirano alla difesa della Legge
    Gozzini medesima, allorché si giunge alla lettura in calce del codazzo
    di firme proprio di coloro che per decenni si sono impegnati nella
    desertificazione di ogni possibile spazio in cui appelli del genere
    avrebbero potuto essere benevolmente accolti.
    Non solo i nomi di molti degli appellanti inducono al dileggio e alla
    pernacchia - anche perché pesantemente lardellati da specialisti
    nell'arte immonda di accarezzare le piaghe, quali preti, assistenti
    sociali, politici, ravveduti e così via; ma accuratamente si evita di
    ricordare quale sia stata la funzione della Gozzini per la
    pacificazione e la socializzazione dei detenuti e si riprende, senza
    esitazioni, la questione della sicurezza agitata dal governo,
    semplicemente proponendo un'alternativa più armoniosa, più
    biodegradabile, più soft, per la realizzazione del medesimo fine, la
    socializzazione totalitaria, l'edificazione di un sistema di reciproco
    asservimento.
    È lampante che ogni sistema, anche residuale come la Gozzini, che
    conduca a una riduzione del tempo trascorso dietro le sbarre, o in
    un'altra delle condizioni infelici previste dall'ordinamento
    penitenziario, va guardato con sfavore assai minore rispetto a
    provvedimenti che viceversa prolungano questa condizione di capillare
    mancanza di libertà.
    Ma occorre ricordare che mai sono stati gli appelli e le democratiche
    istanze a condurre alle riforme penitenziarie, persino le più timide;
    ma solo la speranza di disinnescare la minaccia esercitata da carcerati
    coscienti e irriducibili; e possibilmente dall'esistenza di un
    movimento esterno di solidarietà con le rivolte, le evasioni, le
    ritorsioni contro la vile custodia.
    In assenza di tutto questo, i carcerati, precisamente come quelli che
    permangono in una condizione non ancora perfettamente ristretta
    all'esterno delle carceri, possono sperare unicamente nella magnanimità
    di chi scrive le leggi e di chi le applica.
    E da un bel pezzo (certuni sospettano: da sempre) è impossibile trovare
    anche un solo uomo magnanimo sullo scranno del legislatore, del
    governante, del giudice.
    Lo strumento dell'appello è solo un'ulteriore prova della natura nefasta
    e ignobile dello stato, che riduce degli adulti, nati per essere
    liberi, a chiedere rispettosamente come si faceva nella Sardegna del
    Settecento di "procurare di moderare la tirannia".
    Allora lo si chiedeva ai lerci baroni sabaudi, oggi ai putridi
    mascalzoni repubblicani.
    In che cosa consisterebbe il progresso?

    I Filiarmonici
    10 Settembre 2008

    --
    http://www.filiarmonici.org

    September 25

    OGGI COME IERI CONTRO OGNI FASCISMO

    Walter Rossi, un ricordo senza pace
    30 Settembre 1977 - 30 Settembre 2008

    OGGI COME IERI CONTRO OGNI FASCISMO

    CONTRO SINDACI SCERIFFO E GIORNALISTI SCIACALLI
    PER UNA CITTA' LIBERA
    FUORI DA ROMA FASCISTI E MILITARI


    La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi
    economica, e lo stato d'emergenza permanente si concretizzano in un razzismo
    istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri
    di guerra internazionali. E' una aperta ostilita' verso qualsiasi espressione
    della societa' che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al
    di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.
    La linea di continuita' fra tutto questo e le lame delle aggressioni
    squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una
    pseudocultura neofascista, e' la volonta' di intimidire, omologare e reprimere
    consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.

    31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista
    delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI,
    di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato.
    L'assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.

    Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e
    apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie
    eversive e terroristica che dalla fine degli anni '60 hanno caratterizzato
    la storia di questo paese.

    Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e
    coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e
    rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita' dell'equidistanza
    e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche
    squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti,
    come strumento di controllo sociale e di prevenzione del dissenso.

    Dopo un'estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora,
    le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell'iniziativa
    in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra
    opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta
    di determinare le proprie esistenze.

    Appuntamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi - M Cipro

    Gli/Le Antifascisti/e
    September 23

    *20 settembre: una giornata di lotta autorganizzata contro il razzismo*

    *La cronaca in breve
    *
    Sabato a Milano diverse migliaia di persone hanno sfilato per le vie del
    centro, in ricordo di Abba e contro il razzismo, partendo da P.ta Venezia.
    Un folto gruppo di giovani, (proletari/e, immigrati/e, giovani "di
    seconda generazione", provenienti da tutte le parti del mondo e che
    insieme ad Abba si incontravano in S.Babila da anni per suonare e
    ballare) si sono invece dati un appuntamento separato, per poi andare
    incontro alla manifestazione.
    Primo colpo di scena: all´altezza di Corso Venezia, giunti di fronte al
    corteo, iniziano dei sit-in e con comizi e slogan continui decidono di
    contenderne la testa costringendo il servizio d´ordine del corteo,
    guidato da militanti del PRC, a fare i salti mortali per riprendersela
    e riportare la manifestazione dentro i binari prestabiliti.
    Ma giunti a S.Babila nuovo colpo di scena: spazientiti dallo
    scavalcamento dei "politici bianchi", e sfruttando il presidio del
    comitato antirazzista, la testa del corteo si blocca e, dopo aver
    radunato altri 300 manifestanti, si dirige verso il Duomo deviando dal
    percorso prestabilito.
    Raggiunta piazza Duomo, di fronte a un nuovo tentativo di scavalcamento
    e di controllo da parte degli apparati, nuovo e definitivo colpo di
    scena: il corteo spontaneo decide di recarsi in via Zuretti, dove Abba è
    stato ucciso. A questo punto la polizia cerca di costituire un cordone
    per contenere il corteo non autorizzato, ma questo diventa un segnale
    per i manifestanti che, al grido di "Abba vive e lotta insieme a noi",
    "basta razzismo" e "Giustizia!", travolgono il cordone della polizia e
    cominciano a correre verso la meta, distante quasi 5 km da piazza Duomo.
    Poliziotti, giornalisti e militanti della sinistra istituzionale,
    rincorrono la testa del corteo ansimando, ma ogni qualvolta riescono a
    ricostruire un argine, grazie soprattutto a pattuglie che affluiscono
    con mezzi mobili, il corteo rompe nuovamente il cordone e riparte,
    sempre di corsa e gridando slogan.
    La scena si ripeterà più volte fino in via Zuretti dove un imponente
    schieramento di forze dell´ordine impedisce ai manifestanti, diventati
    ormai 600, l´accesso al bar del linciaggio di Abba. Solo a quel punto,
    gli organizzatori della manifestazione, insieme alla Digos, riuscivano a
    riportare la calma e a ottenere una sorta di momentanea pacificazione
    della piazza, (contestata da buona parte di coloro che avevano imposto
    con l´azione diretta l´arrivo in via Zuretti), che ha segnato la
    conclusione della giornata, ben lontana dal previsto comizio di chi
    aveva convocato l´iniziativa.

    *Alcuni elementi di bilancio politico*

    E´ quasi superfluo sottolineare che il dato politicamente più
    significativo della giornata sia stato l´irrompere prepotente della
    rabbia e della determinazione di una parte consistente degli/d